IL GUERRIERO DI BARREA, UN SIMBOLO DEL NOSTRO ABRUZZO, FA FINALMENTE RITORNO A CASA


BARREA – “Il gigante Safino sta per tornare a casa”, annunciano con orgoglio il presidente della Pro Loco Stefano Quaranta e il sindaco Andrea Scarnecchia. Si tratta dei resti funerari di un condottiero e capo clan, simile per armamenti e per interesse archeologico alla statua simbolo d’Abruzzo del Guerriero di Capestrano, che saranno presto traslati nel museo Antiquarium di Barrea (L’Aquila), dove le nuove sale sono già state allestite dall’amministrazione comunale.

Un importante risultato per il borgo autentico dell’Alta Valle del Sangro, che potrà così arricchire la già pregevole mostra permanente dedicata all’antica comunità italica dei Safini.

Il ritrovamento risale al 2011, dagli scavi effettuati nelle zone di Colle Ciglio e di Convento e coordinati dalla responsabile della Soprintendenza dei Beni archeologici di Chieti, Amalia Faustoferri, la quale rilevò immediatamente che i reperti recuperati, armatura e corredo funerario, rievocano in maniera indiscutibile gli ornamenti scolpiti nel corpo di pietra del Guerriero di Capestrano.

Da allora sono stati portati avanti numerosi studi scientifici ed è stato eseguito un intenso lavoro di restauro sia sugli oggetti che sulle ossa; quest’ultimo a opera dell’Università di Camerino. Parliamo, dunque, di un patrimonio dal valore immenso che potrà dare ulteriore lustro a una delle zone più affascinanti della nostra regione.

Tra le decine di tumuli disposti in cerchi concentrici trovati nelle due necropoli, la tomba n. 96 conteneva i resti di un uomo imponente, un capo clan, il cosiddetto Guerriero di Barrea.

Al gigante, che probabilmente trovò la morte sul campo di battaglia, fu riservata una sepoltura monumentale e unica nel suo genere, dicono gli esperti.

Nel suo corredo, infatti, furono trovati oltre ai classici oggetti in terracotta, anche anelli e bracciali, armi in ferro, una lancia con la punta foliata e un pugnale con terminazione a stami, e un’armatura bronzea composta da dischi corazza (kardiophylax) a protezione del cuore, con impresso un animale mitologico a doppia testa, simbolo dei Safini.

I Safini sono tribù di origine indoeuropea che colonizzarono l’area appenninica intorno all’anno 1000 a.C. Da loro derivano le popolazioni italiche poi distinte dai Romani in Marsi, Peligni, Vestini, Frentani, ecc. La loro sussistenza si basava in tempo di pace su agricoltura e pascolo (transumanza verticale), ma erano anche abili cacciatori e temibili guerrieri, all’occorrenza.

L’Antiquarium di Barrea è uno dei principali musei che accoglie reperti safini. L’esposizione permanente, inaugurata nel 2007, vanta una serie di corredi funerari, risalenti al VI secolo a.C., appartenuti a bambini neonati o d’età fino agli 11 anni.

Ogni corredo è composto da contenitori in argilla arricchita con ossidi di ferro, vasi in bucchero di scuola etrusca, bracciali e fibule in bronzo ornati con motivi ricorrenti a simboleggiare il rango familiare, così come, d’altro canto, l’importanza che quelle società davano alla morte di un giovane.

L’interesse per il patrimonio archeologico dell’Alto Sangro inizia con lo studioso De Nino nel 1879 e prosegue nei primi del ‘900 con il Mariani. Da allora, purtroppo, pochi sono gli scavi che si sono potuti eseguire, principalmente a causa delle scarse risorse finanziarie. Il ritorno del Guerriero di Barrea nella sua terra natia, dunque, potrebbe dare nuova linfa non solo al territorio, ma anche alla ricerca, che ne gioverebbe certo in termini di visibilità. In fondo non parliamo di conoscenze perse nella memoria, ma dei popoli che con la loro storia hanno determinato i nomi nei quali oggi noi ci riconosciamo, i nomi che ancora oggi definiscono chi siamo.

L’esempio di Barrea, insomma, indica una strada che anche altri Comuni potrebbero un giorno intraprendere.

pubbliredazionale

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