RICERCA E PASSIONE NELLA MUSICA DEI DISCANTO


L’AQUILA – Se c’è un’epoca in cui, almeno all’apparenza, la riscoperta della musica popolare sembra un dato di fatto, è quella che stiamo vivendo. In ogni dove e per qualsivoglia occasioni, complici anche i tanti congegni delle mode contemporanee, si moltiplicano gruppi e cantori “specializzati” che invitano il pubblico a lasciarsi trasportare nel passato, alla ricerca delle proprie radici musicali.

In tempi non sospetti e meno recenti, questi gruppi esistevano già e apparivano sui palcoscenici come mosche bianche, tant’è che era meno frequente ascoltarne note ed esibizioni. Quando i Discanto escono ufficialmente allo scoperto come band, è il 1995, ben ventiquattro anni fa.

“Siamo nati formalmente alla metà degli anni ’90, ereditando il patrimonio musicale e di ricerca dei ‘Vico del Vecchio’ – racconta a Virtù Quotidiane Michele Avolio, musicista sulmonese, fondatore e da sempre anima della band – . Il gruppo allora era formato da me, mio fratello Danilo, Massimo Pacella e Antonio Franciosa, nel ’97 si aggregò Massimo Domenicano. In quegli anni ci fu un leggero spostamento verso l’elettro-folk che forse alterava un poco le sonorità più legate alla tradizione e nel ’99 iniziò un nuovo percorso con l’uscita di Danilo e Antonio e l’inizio della collaborazione con Sara Ciancone e Germana Rossi. Dopo la registrazione del primo cd ufficiale, Dindirindella, anche Massimo Domenicano lascia i DisCanto. Nell’estate del 2004 entra Antonello Di Matteo che resta colonna portante del gruppo fino al 2016, anno in cui decide di rimanere a Philadelphia ad insegnare e partecipare a progetti musicali americani. Anche Germana e Massimo Pacella scelgono l’impegno dell’insegnamento visto che l’attività dei DisCanto in quegli anni era piuttosto vivace”.

“Dal 2006 al 2014 il gruppo tiene 9 Tour negli Usa ai quali partecipano, oltre a me, Sara e Antonello quale ‘trio fisso’ , Pacella, Germana, Elena Floris, Luana De Rubeis, Domenico Mancini, Fiore Benigni ed Elena D’Ascenzo che da 5 anni è elemento fisso del gruppo. Da tre anni collabora con i DisCanto Manuel D’Armi. La nostra è una storia piena di cambiamenti, ingressi e addii, una storia certamente arricchente”.

In questo movimento di musicisti che si alternano negli anni (come accade ed è sempre accaduto in molte altre band) Michele Avolio non ha mai mollato la presa. È rimasto sempre dietro al microfono insieme alla sua inseparabile chitarra. Del resto se i Discanto sono nati ed esistono ancora, la loro storia va ricercata nei periodi della giovinezza di Avolio.

“La musica popolare è protagonista della mia vita- racconta Michele- per diversi episodi legati alla vita e gli usi della mia famiglia pacentrana che, specie negli anni ’60, mi permise di conoscere la cultura contadina, e non solo; fui fortunato perché quasi tutti i miei familiari sapevano cantare e cantavano spesso. Quei suoni rimasero ben impressi nella mia testa e quando da adolescente iniziai a suonare la chitarra e cantare, pur nella modernità di quello che suonavo (pop, rock e altro), quel Dna mi tornò utilissimo. Negli anni ’70, grazie alla mia sconfinata curiosità musicale, feci un giro lunghissimo ma, alla fine, approdai alla musica popolare come la riproponevano la Nuova Compagnia di Canto Popolare o Musica Nova; pensai, insieme ad alcuni amici musici che era il caso di iniziare a proporre la musica della nostra regione e nacquero i Vico del Vecchio, anche dalla trasformazione degli Acquaragia. Per avvicinarsi alla musica popolare, come a qualsiasi altro genere, non è soltanto una questione di intuizioni o di preferenze. È da loro che parte ogni cosa, inutile negarlo, ma da sole non bastano. Quando si tenta di riportare al presente un’espressione artistica del passato, è necessario farlo in maniera onesta, con consapevolezza, senza stravolgerne ambientazioni e significati, stando il più lontano possibile dai soliti cliché”.

“Il nostro stile – chiarisce Avolio – è quello di riproporre i canti rimanendo attenti e fedeli alle linee melodiche ed ai testi ma prendendoci qualche libertà solo nell’arrangiamento, nella ricerca dei suoni giusti e nei ritmi che oramai contraddistinguono il nostro ‘sound’ (un inglesismo si può concedere?). Proponendo le varie espressioni della musica popolare siamo orgogliosi di non puntare solo nelle forme più divertenti e popolaresche come il ballo… Spesso negli ultimi anni si confonde la musica popolare con musica da ballo e noi ci siamo presi quasi l’impegno di dimostrare che esistono altre e varie forme ed espressioni, a partire dalle ninne-nanne fino ai lamenti funebri. Una specie di missione la nostra”.

È chiaro che per restituire al pubblico interessato una tradizione musicale autentica, c’è bisogno di continua ricerca da parte dei musicisti e anche in questo Michele Avolio e i Discanto conoscono bene il proprio lavoro.

“Nasce tutto dalla curiosità musicale – continua Michele – dal rispetto delle origini, dalle storie degli avi, dalla ricerca dei documenti sonori presenti in vari archivi importanti e di cui internet ha facilitato la fruizione. E poi, non dimentichiamo che esiste il recupero, o anche solo lo studio, degli strumenti antichi quali la zampogna, il calascione ecc. Tutto questo si unisce alle ricerche sul campo che iniziai negli anni ’70 e che coltiviamo quale patrimonio culturale importante della nostra regione”.

La musica e il canto sono quindi per Avolio e la sua band un connubio di studio e passione, di impegno ed espressione artistica che non possono prescindere gli uni dagli altri. Alla musica però si può e si deve avvicinarsi anche da profani, se non altro per il carattere polisemico della parola stessa e per tentare di ristabilire con essa quel rapporto quasi liberatorio e nel contempo aggregativo, noto sin dall’antichità.

A questo scopo, parallelamente all’attività con i Discanto, Michele Avolio è il promotore del laboratorio LiberaVoce.

“Si tratta di un tentativo, quasi paradossale, – spiega Michele – ovvero tornare al passato, ancora più indietro di quel che faccio con i DisCanto. Il Laboratorio si basa sull’uso della voce e lo studio dei canti popolari, abruzzesi e non, come si usava un tempo: attivando la memoria e la trasmissione orale ma facilitati dall’avere i testi stampati, raccolti; accompagnati solo da una chitarra. Si lavora sulle possibilità canore dei gruppi e si canta come una volta, non si deve essere professionisti. Attualmente ho all’attivo due laboratori (uno a L’Aquila, l’altro a Sambuceto). Non hanno un valore meramente artistico ma anche ‘terapeutico’ e sociale. Tutto il bene del canto, insomma! Ormai sono 7-8 anni che i gruppi sono attivi e spesso capita di riunirci tutti insieme, “costieri e montanari” e ciò è bellissimo”.

Se la musica insomma può essere lavoro ma anche svago, se la sua forza sta nella sua magia di unire in una comune sensazione professionisti e profani, certo è che chi lavora e si impegna a portare avanti progetti in ambito artistico culturale non avrà potuto non notare, nel corso degli anni, l’evidente diminuzione di disponibilità economiche da parte di enti pubblici e privati.

“Negli ultimi anni – conclude Avolio – sono diminuiti fortemente i fondi destinati alla cultura e di questo come band ne soffriamo abbastanza: siamo passati dalla cinquantina di concerti all’anno intorno ai primi anni del 2000, alle poche unità di questi tempi. Fortunatamente ci capita ancora di essere chiamati all’estero, ma speriamo che possa migliorare la politica culturale del Paese, della Regione anche se per ora sembra dura. Noi continueremo a proporre la nostra musica e la cultura che essa esprime, quando sarà possibile lo faremo sempre”.