VIVERE NEL “DOPPIO CRATERE”, TRA RADICI E FUTURO: VIAGGIO A CAPITIGNANO, DOVE IL TEMPO SCORRE LENTO

La signora Fiora in piazza (foto Ilaria Rosa)

CAPITIGNANO – “Ho lavorato tutta la notte, e stamattina sono qui in ufficio a parlare con voi”. Maurizio Pelosi, di professione guardia giurata, è da circa 15 anni il sindaco di Capitignano (L’Aquila).

Lo incontriamo nella casa comunale, dopo aver percorso una trentina di chilometri a nord dell’Aquila. Laddove nasce il fiume Aterno, che dà il nome anche all’omonima vallata.

A poco più di 900 metri sul livello del mare, Capitignano si erge su una roccia a margine dell’Alta valle dell’Aterno, a metà – dal punto di vista geografico ma anche socio-demografico – tra Montereale e Campotosto.

All’anagrafe sono iscritti quasi in 700, ma in realtà in paese vivono circa 500 persone. Nessuna delle frazioni del Comune (Aglioni, Collenoveri, Mopolino, Pago, Paterno e Sivignano) è totalmente disabitata, ma la stragrande maggioranza della popolazione vive a Capitignano.

L’80% del territorio comunale è dentro il Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, e per questo la zona è considerata una delle porte d’accesso da nord-ovest al parco. Il panorama, non a caso, è di quelli favolosi. Il borgo storico è piccolo ma grazioso, e in paese ci sono diversi edifici di importanza storica e religiosa, come Palazzo Ricci e il santuario della Madonna degli Angeli, ancora entrambi inagibili a causa delle numerose scosse di terremoto negli ultimi dieci anni.

Vivere in due crateri

Capitignano è uno degli otto comuni rientranti nel cosiddetto “doppio cratere”, ossia fortemente danneggiati sia dal terremoto del 6 aprile 2009, che ebbe come epicentro la città dell’Aquila, sia dalle forti scosse tra il 2016 e il 2017 sull’Appennino centrale.

Il 18 gennaio 2017 la scossa più forte (5.5 sulla scala Richter), quella più drammatica in una giornata provata già dalle forti nevicate, ebbe come epicentro proprio Capitignano. Se ne parlò poco perché (comprensibilmente) tutta l’attenzione mediatica, in quei giorni, si polarizzò sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano.

“Per noi essere in due crateri significa subire una doppia lungaggine – racconta a Vq il sindaco Pelosi – le norme sono diverse, e a volte non è tutto chiaro. Nel 2009 il 38% degli edifici fu dichiarato inagibile, a seguito delle scosse di tre anni fa l’inagibilità è salita al 50%”.

La differenza tra i due terremoti è tangibile persino nel nome dato alle abitazioni post-sisma. Da un lato, infatti, ci sono i capitignanesi che vivono negli otto “moduli abitativi provvisori” (map) costruiti nel 2009. Dall’altro, le famiglie che alloggiano nelle “soluzioni abitative emergenziali” (sae), nati dopo le scosse sull’Appennino.

Non è facile destreggiarsi in una sempre crescente burocrazia: “Paradossalmente, in questo periodo ci si sta muovendo di più per la ricostruzione post 2016, che in quella post 2009 – afferma il primo cittadino – la ricostruzione degli alloggi popolari e delle chiese è ferma. In più abbiamo il problema delle faglie attive e capaci che attraversano il nostro territorio. In seguito alla microzonazione sismica, infatti, a breve si dovrà stabilire se le abitazioni che sono attraversate dalle faglie capaci dovranno essere completamente delocalizzate”.

I servizi pubblici non mancano

A differenza del nostro precedente viaggio a Villa Santa Lucia degli Abruzzi, la situazione dei servizi pubblici essenziali a Capitignano non sembrerebbe essere così drammatica, soprattutto considerando che ci troviamo in un’area interna lontana 30 km dalla città più vicina, al confine tra due regioni, nel mezzo dell’Appennino centrale.

Uno dei due pulmini comunali fa la spola un paio di volte a settimana per portare gli anziani a fare la spesa al supermercato della vicina Piedicolle di Montereale (L’Aquila), o per le analisi al vicino distretto sanitario.

In paese ci sono due scuole, una materna e una primaria, con circa 50 bambini e bambine del posto, o della vicina Paganica, frazione di Montereale. Qui studiano anche piccoli figli di stranieri, per lo più macedoni e rumeni, ormai integrati nella comunità capitignanese.

Anche per quanto riguarda la mobilità pubblica, a Capitignano va meglio che in altre località simili: essendo capolinea di una corsa Tua, infatti, i bus passano dal primo mattino – permettendo agli studenti delle scuole superiori di recarsi all’Aquila – fino a poco dopo l’ora di cena.

L’economia dei romani, il turismo di domani

E dunque, va tutto bene? Non proprio. Passeggiando per le strade, infatti, un giovane ci racconta di come nel paese circolino molte meno persone rispetto a qualche anno fa. Un fatto che diventa evidente in estate. Ultimamente, inoltre, ha chiuso anche la Baita del prosciutto, alimentari storico del paese.

Come tutti i paesi delle aree interne, la popolazione può arrivare anche a decuplicare con le famiglie dei nativi che nel resto dell’anno vivono nelle città più grandi, in questo caso soprattutto a Roma.

Questa legge non scritta vale anche a Capitignano, dove però c’è stato un crollo degli arrivi estivi prima dovuto al terremoto del 2009 e poi, dopo una sostanziale ripresa, generato dalle drammatiche scosse del 24 agosto 2016 nella vicina Amatrice (Rieti): “In estate possiamo arrivare ad avere anche 4 o 5 mila persone in paese – dice Pelosi – ma dopo quel terremoto c’è stata una flessione enorme, perché quello era il periodo dell’anno in cui tutti si trovavano qui. Le persone erano spaventatissime, non avevano mai sentito una forte scossa, e alcuni per la paura sono tornati a Roma senza neanche chiudere la porta di casa”.

Nonostante questo si va avanti con determinazione: ci sono due bar, che come sempre fungono anche da centri di socialità, una macelleria, uno sportello postale dove da qualche mese è stato installato anche un bancomat, elemento importante e affatto scontato, perché più si è avanti con gli anni e più pesano anche le piccole distanze da percorrere.

La progettualità futura risiede nell’economia turistica. Il Lago di Campotosto è vicino, almeno in linea d’aria, ma tutto sommato marginale per l’economia locale. Tuttavia è attivo l’agricampeggio comunale Cardito, che affaccia su una meravigliosa vista sul lago, aperto da marzo a novembre e frequentato principalmente da turisti stranieri.

Il progetto dell’amministrazione comunale è di recuperare la vecchia stazione ferroviaria che congiungeva il paese a Capitignano. Lì si trova ancora oggi una vecchia rimessa dei treni, che si ha la volontà di riqualificare per farne il museo multimediale della torba, che attraverso una teleferica veniva estratta agli inizi del Novecento dal giacimento della piana di Campotosto, prima che venisse creato il lago.

Per avvicinarsi al bacino lacustre, poi, si vuole tracciare un sentiero che possa congiungersi, secondo i progetti, una pista da fondo lungo tutto il perimetro del lago.

Progetti ambiziosi per un paese che, ad oggi, vive sostanzialmente di imprese edili attive per lo più nella ricostruzione post-sisma e di pendolarismo con L’Aquila.

Dal Radici Festival alle radici di pastinaca

Le infrastrutture aiutano alla vivacità della società capitignanese. Il campo sportivo è popolato dalla squadra di calcio, che milita nel campionato provinciale di Terza Categoria, e che rappresenta un punto di riferimento importante per la socialità. Così come il vicino centro polivalente, all’interno del quale si organizzano corsi di danza per bambini.

C’è l’associazione culturale Capitonius, formata in gran parte da giovani, che organizza il Radici Festival, una manifestazione musicale estiva che porta nell’Alto Aterno nomi emergenti attraenti per i più giovani. E c’è l’associazione degli alpini, che invece organizza eventi per un target di pubblico diverso. Tra qualche mese entrambi i gruppi potranno avere a disposizione un altro spazio, il centro di aggregazione in corso di allestimento presso l’area sae del paese.

C’è poi chi, come all’agriturismo La Canestra, cucina piatti a base di pastinaca, una carota bianca e dolce citata anche in La grande cucina italiana di Carlo Cracco, che in Italia cresce spontanea solo a Capitignano e a Monticello Conte Otto (Vicenza). Alla Canestra la cucinano. Oltre a servire i ceci, altra specialità del posto.

Passeggiando in paese entriamo nel bar “Il muretto” e respiriamo l’aria profonda del bar nella provincia abruzzese: dall’arredamento specchiato ai volti di chi lo frequenta, dal sapore del caffè ai liquori in vetrina.

Non lontano da questa autenticità troviamo l’Osteria del Parco, un luogo rimesso a nuovo che ricorda le baite di montagna, gestito da due giovani che principalmente guidano i turisti in visite escursionistiche in zona. Non è un caso che proprio lì di fronte trovi spazio il centro visite del Parco del Gran Sasso.

Una locanda abbinata alle escursioni: dimostrazione plastica del coraggio di giovani che si sono messi in gioco per convertire l’economia di un luogo, per garantirne il futuro.

Le foto di Ilaria Rosa

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