VOCI DALLA VALLE DELL’ATERNO: TRA FIUME INQUINATO E “OMBRE” SUI PASCOLI, LE DIFFICOLTÀ DI AGRICOLTORI E ALLEVATORI

Foto di Julian Civiero

ACCIANO – Ascoltare il territorio, raccogliere la percezione delle persone e restituirne una fotografia quanto più aderente alle voci dei cittadini. È con questo spirito che il “Cartolab”, il laboratorio di cartografia dell’Università degli Studi dell’Aquila, coordinato dalla professoressa Lina Calandra, ha elaborato un lavoro di ricerca sul campo nella media e bassa Valle dell’Aterno, in collaborazione con “Ilex – CEA Torre del Cornone”.

Anche se si tratta di una prima rielaborazione ed il lavoro non può considerarsi concluso, quanto emerge dalle 107 interviste delinea problemi, speranze e sogni di quei cittadini che continuano a vivere in territori difficili, a stretto contatto con una natura di cui avvertono la bellezza e l’unicità ma da cui a volte si sentono distanti.

Le interviste ad amministratori, cittadini e imprese, sono state realizzate tra dicembre 2018 e marzo 2019 e restituite nelle scorse settimane in due eventi pubblici a Fossa e a Roccapreturo di Acciano (L’Aquila). Non sono stati utilizzati questionari, in modo da orientare il meno possibile esiti ed argomenti sollevati dagli stessi intervistati: i ricercatori hanno avviato una conversazione, prendendo nota delle informazioni ricevute con colori diversi, per poi inquadrarle in aspetti positivi e negativi in relazione al fiume, al bosco, alle attività (agricoltura, turismo, allevamento ecc.) e al “sogno”. I risultati verranno utilizzati per la pianificazione del progetto “Foresta Modello” e per il contratto di Fiume Aterno.

Non è la prima volta che il Cartolab elabora un lavoro di ricerca di questo tipo: la stessa metodologia è stata utilizzata nell’estate del 2017, in 44 comuni del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga, restituendo al territorio ben 428 interviste ai fini dell’elaborazione del nuovo piano economico e sociale del Parco, 368 interviste sono state invece realizzate, nell’estate del 2018, in 39 comuni del Parco della Majella per la gestione della presenza dell’orso.

Va precisato che l’area della media e bassa valle dell’Aterno, oggetto delle interviste, è disomogenea: comprende 16 comuni nell’aquilano, con una zona compresa tra Ocre e Fossa fino a Castelvecchio Subequo e a San Benedetto in Perillis. Il focus della ricerca è inoltre la percezione che le persone hanno rispetto al territorio, dunque non si tratta di affermazioni o testimonianze verificate. Tuttavia, le voci dei cittadini disegnano un quadro su cui vale la pena riflettere e mostrano delle istantanee di una realtà spesso taciuta; ne riportiamo i passaggi che ci hanno colpito maggiormente.

IL FIUME

Il 37% degli intervistati non ha affatto nominato il fiume, pur essendo compresi nella ricerca paesi che sorgono sulle sponde dell’Aterno; chi ne parlato lo ha fatto per il 73% in termini negativi e per solo per il 27% in termini positivi. Tra gli aspetti negativi del fiume segnalati da molte persone non sorprende ci sia l’inquinamento: scarichi industriali, sversamenti abusivi e depuratori non sufficienti o non funzionanti che hanno trasformato il volto del fiume.

“Si è perso qualsiasi rapporto col fiume. Prima c’erano i gamberi, si pescava, c’erano i mulini e l’agricoltura” ha detto qualcuno (le identità degli intervistati non possono essere rivelate per motivi di privacy).

“Gli impianti di depurazione sono fatiscenti e sottodimensionati, quando piove ricevono 10 volte in più dell’acqua che possono sopportare ed è quindi inevitabile che in quei casi vada a versarsi acqua non depurata nel fiume”, dice un altro intervistato.

Molti fanno presente che il divieto di irrigazione – dovuto alla presenza nelle acque dell’Aterno del batterio responsabile della tossinfezione alimentare nota come salmonellosi – è un vero e proprio problema per gli agricoltori: “Se ci fosse la possibilità di irrigare, coltiverei patate, mais…abbiamo 10-15 ettari di terreno lungo il fiume. Paghiamo intorno ai 700 euro l’anno al consorzio ma non abbiamo mai irrigato”.

Un altro tema su cui si sono snodate le interviste è il sogno, e di sogni sul fiume ce ne sono tanti. C’è chi vorrebbe tornare a vedere in funzione i mulini ad acqua, anche come attrattiva turista, chi vorrebbe riattivare la pesca sportiva, chi crede che il fiume possa essere usato come fonte di energia e chi crede che tutte queste peculiarità andrebbero sfruttate allo stesso tempo. C’è chi invece sogna semplicemente un “fiume pulito, con depuratori funzionanti” e chi vorrebbe che qualcuno tornasse ad occuparsi della pulizia di argini e canali, della gestione delle pompe e del rifacimento delle forme.

Foto di Alessio di Giulio

IL BOSCO

Come per il fiume, una buona parte degli intervistati, il 33%, non ha fatto alcun riferimento esplicito al bosco. La restante parte ne ha parlato per il 27% in positivo e per il 73% in negativo.

“Il bosco attualmente non è gestito bene, il taglio fatto per uso civico è fatto bene, altri sono fatti in modo abusivo, per il commercio, perché non c’è controllo. L’area è talmente vasta che non può essere controllata. Il nostro bosco ha pochi alberi di grandi dimensioni, ma il bosco dovrebbe essere più curato perché ci difende da possibili frane della montagna”, ha detto qualcuno in proposito.

Qualcuno fa notare l’espansione incontrollata di piante infestanti come l’ailanto, immondizia nei boschi ma anche pericolo di incendi, scomparsa dei pascoli e dei sentieri, a favore dalla vegetazione. Ma anche sul bosco i sogni non mancano e sanno di qualcosa di semplice e prezioso: “Ho pezzetti di terreni incolti e vorrei pulirli, vorrei fare legna, pulire il terreno, riaprire le stradine”.

C’è chi immagina una maggiore consapevolezza sul bosco, più formazione ma anche più comunicazione tra tutti gli operatori che fanno “cose belle” sul territorio. Chi pensa che il bosco potrebbe essere una risorsa sotto diversi punti di vista: tartufo, legna, erbe spontanee, turismo.

LE ATTIVITÀ

Per quanto riguarda le attività, le criticità sollevate dalle persone sono molte, a partire dal Programma di sviluppo rurale (Psr) che secondo molti non funziona.

“Gli imprenditori agricoli sono sempre meno, le realtà startup se non hanno un appoggio economico rischiano di non decollare. Le domande per i contributi ci vogliono almeno due anni per avere qualcosa, nel frattempo bisogna anticipare di tasca propria ma non sempre si hanno i soldi quindi bisogna chiedere alle banche che però senza garanzie concrete non erogano prestiti. Può fare qualcosa solo chi ha già un’attività avviata dai genitori, un’attività di famiglia, disponibilità economiche importanti…”.

C’è chi fa notare come il divieto di irrigazione abbia condizionato la scelta di colture che non necessitano di irrigazione ma che sono meno remunerative. Chi racconta di come in passato il vino fosse una fonte di sostentamento per paesi come Acciano, mentre adesso solo due o tre persone ne producono per la loro famiglia. Chi non può più coltivare barbabietola da zucchero per la mancanza di acqua. Chi lamenta un’eccessiva presenza di fauna selvatica.

“Ci sono tante cose che non vanno, non è possibile che le leggi fiscali e sanitarie sono le stesse in questi piccoli paesi rispetto a quelli più grandi come nella Marsica. Ti faccio un esempio stupido, se hai più di due galline e passa un controllo ti fanno passare i guai, per le malattie, ma qui ci sono dei posti dove non ci vive nessuno, che problema può dare una gallina in più di una persona anziana?”.

Altri denunciano un accanimento verso le piccole aziende agricole: “Mio nonno lavorava anche per un tozzo di pane, si lavorava per mangiare e ci si dava una mano tra parenti ed amici durante la raccolta; ora invece dicono che questo è caporalato. È caporalato quando c’è chi fattura centinaia di migliaia di euro, ma non si può paragonare con chi si aiuta a vicenda, quando ti aiuta una mamma o un fratello o la moglie! A me se viene un controllo e trova una terza persona mi fanno chiudere! Allora bisogna vedere il contesto in cui succedono certe cose”.  [ne avevamo parlato qui]

Ed in merito ai pascoli emergono problemi e denunce di situazioni non proprio trasparenti: “I pascoli sono appannaggio di grosse ditte che aspirano ai contributi europei, l’allevatore locale non è più competitivo e la tendenza è la chiusura delle aziende”. Si parla anche di truffe, criminalità organizzata e prestanomi locali. Di mafia dei pascoli e della relativa indagine della procura della Repubblica dell’Aquila, Virtù Quotidiane aveva già parlato nel 2017 e, come è noto, il fenomeno non riguarda solo i pascoli aquilani.

“Gli allevatori vengono da fuori… a capo di una ditta c’è uno che viene dal Nord. A un certo punto ha preso una casa ed è diventato residente, così non ha dovuto più pagare per avere il pascolo”.

“C’è una azienda che tiene le pecore allo stato brado; e le mucche non sa neanche quante ne ha, non le controlla. Un periodo sono arrivate anche in paese. Prima c’era uno che veniva da Foggia che aveva i terreni in affitto, ma andava in giro a tagliare gli alberi e quindi è stato denunciato. Alcuni portavano animali malati, così in poco tempo sono state contagiate anche quelli sani dei pastori della zona”.

I SOGNI

I sogni riguardano per lo più il turismo ma non fine a sé stesso: questa sfera di interesse si abbina spesso ad un’altra, cioè alle produzioni locali. Molti credono che quest’ultime vadano incentivate in modo che il turista possa gustare durante il suo soggiorno anche prodotti tipici del luogo.

Gli strumenti necessari per la realizzazione di questi sogni, a detta dei cittadini, sono misure a livello regionale e statale: come si evince da alcuni stralci delle interviste citate, secondo alcuni, certe misure normative sembrerebbero scollate dalla realtà, pensate negli uffici delle città ma non adatti ai territori in questione. Certo la potenzialità del territorio dal punto di vista turistico è evidente ma anche le diverse e piccole esperienze esistenti in questo campo andrebbero messe a sistema.