PESCOCOSTANZO: ARTE, STORIA, TRADIZIONI, ARTIGIANATO E ARCHITETTURA IN UN CONTESTO DI RARA BELLEZZA


PESCOCOSTANZO – Dopo Roccapia e l’Altopiano delle Cinque Miglia, con circa mille abitanti, tra le falde della Maiella e i primi contrafforti che circondano il Parco nazionale, a 1.400 metri di quota, quasi protetto da un enorme masso roccioso, il “Peschio”, troviamo Pescocostanzo.

Testimonianze d’arte, storia, tradizioni, artigianato, architettura, racchiuse e contenute in un assetto urbano di straordinaria valenza.

L’elevata cifra stilistica, l’armonia e la sobrietà delle costruzioni, il contesto ambientale di riconosciuta bellezza. Tutto consente di annoverare questo paese tra i borghi più belli d’Italia. Lungo le sue rue, i suoi vicoli, le sue tante piazzette lastricate di pietra nobile, si incontrano palazzi signorili, fontane, autentici tesori di architettura popolare, chiese e monumenti rinascimentali e barocchi. Le case con gradinata e pianerottolo esterno, “il vignale”, le porte e le finestre decorate con pietra lavorata e arricchite dalle tipiche ringhiere a pancia in ferro battuto.

In quest’oasi, nella quale rifugiarsi per sfuggire dalle ambasce quotidiane, è ancora viva la lavorazione del merletto a tombolo, dell’oreficeria in filigrana e resiste una sorta di rispetto sacrale per la pietra e il legno. Una mentalità, un culto antico, tramandato di generazione in generazione, che i tentativi di speculazione degli ultimi anni, in nome di un finto, falso, modernismo, non sono riusciti a scalfire e cancellare.

Sull’intero centro abitato, dove è situato anche il monastero di Santa Scolastica, palazzo che prende il nome del suo progettista, Cosimo Fanzago, troneggia solitario e maestoso il duecentesco complesso monumentale della storica collegiata di Santa Maria del Colle.

La lunga scalinata che conduce all’ingresso laterale precede un imponente portale in stile romanico e sulla destra la porta che immette alla Chiesa di Santa Maria del Suffragio dei Morti.

Quello che stupisce e affascina è la grande varietà delle forme, delle strutture e dei materiali utilizzati. Una ricchezza che rende unico questo luogo sacro e ne fa uno scrigno dove è possibile scoprire tesori e testimonianze di un’arte altissima, inarrivabile. Marmi policromi, ori, argenti, affreschi, decorazioni, altari, paliotti, opere in ferro battuto, il pulpito, il coro e le sculture lignee, il soffitto a cassettoni, la cantoria, il fonte battesimale, l’acquasantiera, altro e altro ancora e “Lei”, la Vergine Santa, irradiata da un raggio di luce, la Madonna del Colle. Una statua in legno policromo del XIII secolo, posta al centro dell’altare e, particolare unico, la presenza del Bambino in piedi sulla gamba sinistra della Madre di tutti noi. Stupore, meraviglia, gioia.

A completare il quadro di assoluto valore, palazzi e case gentilizie del XVI, XVII e XVIII secolo, chiese e chiesette, come quella di San Nicola di Bari, una delle più antiche di Pesco, varie tipologie di portali e lapidi con il testo dei capitoli che regolavano gli atti del capitano e dei suoi ufficiali (datate 1560-70), murate su una parete del Municipio.

Un contesto artistico ricco, variegato, armonioso che, tra Pescocostanzo e Cansano, si completa con il secolare Bosco di Sant’Antonio. Una spettacolare riserva naturale, racchiusa a 1.300 metri di quota, tra Monte Pizzalto e Monte Rotella che si estende tra colli ed è lì a testimoniare, ancora oggi, il lavoro dell’uomo. E poi faggete, peri, ciliegi, cerri, primule, peonie, viole, ciclamini, narcisi e la rara orchidea epipactis purpurea.

Non può infine mancare, poco fuori dal paese, una visita all’Eremo di San Michele. Una stradina ci conduce alla chiesa rupestre. Una sorta di grotta delle meraviglie, dedicata all’Arcangelo più bello, a oltre 1.200 metri di quota, dove colpisce il contrasto tra la volta grezza e le lavorazioni finemente realizzate incidendo la pura, candida pietra della montagna madre, la Majella.

La scorgiamo in lontananza, quasi sovrastata e protetta da una parete di roccia. Appare come una costruzione semplice e lineare. Due porte d’ingresso con scritte incise negli stipiti, al centro una nicchia e poi l’interno in netto contrasto con la ruvida volta della grotta. Una pavimentazione fatta con grandi lastre di pietra e una balaustra, candida nell’aspetto, opera di una mano ferma e sicura.

Sulla destra la cappella funebre Giosafatte (“che amò la patria e la famiglia. Provvide ai poverelli con carità operosa intendendo nobilitarne i sensi”) e Bartolomeo Ricciardelli. In fondo un altare minuto, sul quale, un tempo, trovava posto la statua del santo, ora conservata nella Chiesa della Madonna del Carmine. Michele, un angelo dell’acqua, un custode dei monti, un difensore delle grotte, un accompagnatore delle anime.

*giornalista Rai e scrittore

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