PESCARA: TRA “PERMANENZE E AGGRESSIONI ARCHITETTONICHE”. UNA PASSEGGIATA VIRTUALE CON MASSIMO PALLADINI


PESCARA – Camminare per la città, come ci ha insegnato Jane Jacobs, ci aiuta a conoscere gli spazi urbani e a raccontare le principali vicende storiche e urbanistiche. Oggi faremo una passeggiata virtuale per Pescara e ci accompagnerà, e racconterà di “fatti urbani”, l’architetto Massimo Palladini, presidente della sezione “Luigi Gorgoni” di Italia Nostra Pescara e past president della sezione interregionale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica Abruzzo e Molise.

L’architetto ci confida che “passeggiare per le città è un modo per rapportarsi con la spazialità specifica dei contesti; un’abitudine che gli urbanisti dovrebbero coltivare”.

Durante questa camminata con il naso all’insù scopriamo degli edifici che lui chiama “permanenze e aggressioni architettoniche”, ovvero di “due tipologie di architettura per Pescara – ci spiega Palladini – una minore, le ‘permanenze’, caratterizzata da una qualità costruttiva diffusa, senza eccellenze ma con capacità di far dialogare diversi stili e tipologie, in cui il fattore unificante è l’omogeneità dei volumi e delle altezze nel rapporto con la strada. Un’architettura dal carattere identitario giovane ma tenace. Definisco brutalmente l’altra tipologia, quella delle ‘Palazzine’ (intensive), ‘aggressiva’ perché caratterizzata da altezze vertiginose e pareti cieche, pronte per l’appoggio del prossimo fabbricato di sostituzione. Un esempio emblematico è l’edificio dell’ex Banco di Roma a piazza Unione, che volta le spalle al centro storico, quasi invitandolo a trasformarsi secondo il suo modello”.

A noi tecnici piace parlare di sostituzione edilizia, rigenerazione urbana, restyling: secondo te, questi termini trovano applicazione nei progetti della Pescara contemporanea?

La Pescara del dopoguerra ha basato la sua crescita sulla reiterazione della “palazzina intensiva”. Si acquisiva il lotto o l’edificio esistente lungo le strade principali e, sulla base dei valori di permuta e dei prezzi di collocamento, si realizzavano nuovi edifici, appoggiando una dietro l’altra le nuove costruzioni. La città pubblica restava indietro, perdendo parti importanti come il Teatro Pomponi, Villa Farina e, di recente, gli edifici originali di Borgo Marino Nord. A livello urbanistico alcuni meccanismi non hanno funzionato: per esempio il comparto edilizio avrebbero dovuto garantire la realizzazione delle aree pubbliche alla città, ma nella realtà hanno prodotto fazzoletti di verde inaccessibile ai più, fuori da qualsiasi configurazione urbanistica d’insieme. La rigenerazione urbana, poi, compare ancora solo negli slogan. Quanto al restyling dell’esistente a volte ci si muove con tanta disinvoltura: penso alle canne fumarie in acciaio in facciata o all’uso di materiali spesso estranei al contesto.

Le occasioni mancate per Pescara: cosa si sarebbe potuto fare per permettere ai vari linguaggi di dialogare?

Sono tante, ma la più vistosa, è nei viali della Riviera, dove la sostituzione dei villini è avvenuta non con strutture turistiche o ricreative (che ancora comparivano negli anni’50), ma con “palazzine”. Una sostituzione che si affianca all’occupazione del litorale con strutture per la balneazione che hanno tolto gran parte del fascino al lungomare, interdicendo anche gli accessi e vista del mare. A questi si aggiunge la mancata riorganizzazione policentrica della città e la persistente negligenza di progetti per il patrimonio edilizio storico.

Cosa si può fare per fare oggi?

Dobbiamo sicuramente rimettere al centro l’urbanistica, rivedendo, in primis, una normativa di settore che chiamerei “criminogena”, in quanto incentiva comportamenti distruttivi. Ripenserei poi le reti: ambientale, mobilità e servizi. Incentiverei l’uso di una premialità volumetrica, introdotta già da criticabili leggi nazionali e regionali, per i soli progetti di rigenerazione urbana di aree degradate, escludendo la città consolidata. Infine, tornerei a valutare e disciplinare la spazialità dei contesti come pre-condizione delle trasformazioni, perché l’applicazione sterile di parametri astratti non laceri, come sta già accadendo, i tessuti edilizi che la storia urbana ha tracciato. Luana Di Lodovico

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