UNA DONNA URBANISTA: INTERVISTA A SILVIA VIVIANI

A destra Silvia Viviani e a sinistra Sabrina Diamanti durante la firma accordo INU-CONAF 02-03-2019

FIRENZE – Silvia Viviani è nata a Firenze, dove è titolare del suo studio professionale di architettura, urbanistica e pianificazione dagli anni Novanta. È assessora all’Urbanistica del Comune di Livorno e vice presidente dell’Associazione Transizione Ecologica e Solidale (Tes).

Prima presidente donna dell’Istituto nazionale di Urbanistica, dal dicembre 2013 al luglio 2019. Progettista di Piani e programmi, Regolamenti urbanistici e Piani Operativi comunali, è da sempre impegnata sul fronte culturale con docenze, pubblicazioni e attività convegnistiche nazionali e internazionali.

Abbiamo raggiunto Silvia al telefono per una chiacchierata domenicale per farci raccontare cosa significa, nel 2020, essere una donna, un tecnico e un’assessora.

Una carriera dinamica e brillante la tua, cara Silvia, ma quanto è stato complesso arrivare ad essere un’urbanista affermata?

Nella mia carriera ho avuto varie vesti e nel mio percorso formativo e professionale ho sempre notato che la presenza femminile diminuisce man mano che si passa dalle stanze dove si lavora a quelle dove si prendono decisioni. Ho avuto la fortuna di aver vissuto la mia formazione giovanile universitaria, il periodo in cui formi la professionalità, a fine anni Settanta, gli anni dopo il grande cambiamento del ’68, anni in cui sembravano non esserci più differenze tra uomini e donne. Tuttavia, con il passare del tempo, ho notato che queste differenze persistono, perché anche oggi la donna per potere vivere una serena quotidianità deve sempre tenere alta la guardia. Nella professione ci sentiamo sempre sotto giudizio e dobbiamo dimostrare continuamente che sappiamo fare. Per esempio, nella mia esperienza professionale all’inizio ero sempre la segretaria di qualcuno, anche quando intervenivo come professionista per presentare un Piano redatto da me assieme al mio team. È una storia millenaria che si ripete: una donna fa più fatica perché la società le impone di dover tenere insieme la sfera pubblica del lavoro e la sfera privata degli affetti. Per le donne della mia generazione poi c’è stata la necessità di superare il senso inadeguatezza che ci veniva da un retaggio culturale sbagliato. Aspetto che mi ha toccato molto da vicino perché ho inteso il lavoro da urbanista come investimento nel pubblico e nel collettivo.

In generale, oggi, per una donna aver scelto la professione tecnica cosa comporta?

Nel 2020 noi donne non possiamo dar nulla per scontato e ci si palesa sempre più di frequente la necessità di scegliere: spesso ci troviamo di fronte a un bivio dove sai che la sua scelta dovrà tener conto delle difficoltà legate al tenere assieme affetti, famiglia e l’impegno professionale. Un uomo ha meno questa necessità. In particolare la carriera dell’urbanista comporta un uso continuo del tempo, un tempo del lavoro che si somma a tempo privato, al tempo cioè della gestione ordinaria di aspetti legati alla quotidianità di ognuno di noi. Ma noi donne, per natura, non vogliamo rinunciare a nessuna parte di noi stesse e quindi, a fatica, cerchiamo di tener insieme tutti i tasselli, rinunciando, spesso, ad una parte del nostro tempo privato perché una giornata è pur sempre composta da solo 24 ore.

Rispetto all’inizio della tua carriera trovi che qualcosa sia migliorato?

Oggi, con grande piacere, vedo molte più donne che scelgono le professioni tecniche e questo mi fa ben sperare. Ma le donne stanno aumentando anche in politica e con sempre più ruoli di rilievo. Per esempio nella Giunta livornese, dove io sono assessora, complice anche il rispetto delle quota rosa, siamo 5 uomini e 5 donne e siamo una squadra. Nel mondo dell’amministrazione le donne aumentano, forse non è un caso, perché in quei luoghi si lavora e decide. Se, per esempio, Angela Merkel ha deciso di chiudere la Germania in questi giorni, l’ha fatto con fermezza ma con la voce rotta dal pianto, con le parole di cura verso le persone, con il suo essere donna. Possiamo dire che essere donna è sicuramente un valore aggiunto per chi, per esempio, si occupa di urbanistica, ovvero di progettare città e di confrontarsi con cittadini. Utilizzare in questo campo tecnico-scientifico l’attitudine femminile, riuscire a non scindere sfere pubbliche e private, aiuta molto nel governo della cosa pubblica e del territorio.

Secondo te, una giovane donna che vuol diventare un’urbanista cosa deve aspettarsi?

Sicuramente deve lavorare moltissimo, mantenendo ferma la barra delle proprie convinzioni. Quello dell’urbanista è un mestiere pesante e gratificante, un campo dove si lavora necessariamente in team con diverse professionalità, e dove sono necessarie molte competenze e capacità. Io, per esempio, sono riuscita nell’Inu, che festeggia quest’anno i 90 anni, a essere prima donna Presidente, e al contempo a mantenere l’attività professionale, a essere docente, sempre mantenendo al centro del mio operato il rispetto per me, anche adesso che sono stata chiamata da un’amministrazione a gestire la cosa pubblica. Non mi sono mai arresa, e nemmeno offesa più di tanto. In alcuni casi mi sono indignata, ma ho continuato sempre lungo la mia strada e alla fine non in tutti i contesti ho trovato differenze di trattamento tra uomini e donne. Quindi dico alle donne di non arrendersi, perché noi siamo quotidianamente le attrici del cambiamento. In tanti e diversi ruoli possiamo diffondere e rendere stabile la cultura della sostenibilità a sostegno di un nuovo modello di sviluppo di questo Paese. Luana Di Lodovico

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