L’ACCESSIBILITÀ DI UNA CITTÀ È PATRIMONIO CULTURALE COMUNE

foto Sebastiano Rossi

L’AQUILA – La cultura dell’accessibilità è una questione che interessa la quotidianità di tutti noi che lavoriamo e viviamo le nostre città. Affinché però l’accessibilità diventi patrimonio culturale comune è necessario superare le visioni localistiche e settorializzate, favorendo un approccio multidisciplinare. È proprio su quest’ultimo aspetto che l’Istituto Nazionale di Urbanistica sta lavorando dal 2016 con il progetto “Città Accessibili a tutti”. Parleremo di questo progetto con l’architetto Iginio Rossi, coordinatore per INU del progetto. 

Architetto Rossi, quando e come è nato il progetto “Città Accessibili a tutti”?

Il Progetto INU è stato avviato nel 2016 in occasione del XXIX Congresso INU grazie a una proposta di Luigi Bandini Buti, Giorgio Raffaelli, Fabrizio Vescovo e mia all’interno dell’iniziativa collaterale “Il paese che vorrei”, con il coordinamento di Alessandro Bruni, presidente INU Umbria, e mio ma in condivisione con importanti enti, ed è uno dei progetti per il Paese che la presidente Silvia Viviani ha voluto sviluppare. Il Progetto dispone di un’ampia coerenza con gli obiettivi dell’Agenda 2030 ONU per lo Sviluppo Sostenibile  agendo per favorire il superamento delle disuguaglianze, assicurare la salute e il benessere per tutti, contribuire al raggiungimento dell’uguaglianza di genere, operare affinché la vitalità di città e territori sia parte della rigenerazione e poi porre le persone al centro dei traguardi inerenti il miglioramento della qualità della vita.

Quali sono i risultati finora ottenuti? Le sperimentazioni in atto?

Nel programma di lavoro 2016-2018, dopo tre anni di incontri, confronti e raccolta di buone pratiche, che continua tutt’ora, è stata avviata la piattaforma Atlante città accessibili a tutti (http://atlantecittaccessibili.inu.it/), uno spazio collaborativo aperto a enti e associazioni disponibili a lavorare per un’accessibilità a 360°. L’Atlante tra l’altro restituisce il racconto delle pratiche sviluppate nel nostro Paese, pubblica oltre 200 esperienze documentate con schede dettagliate, fornisce le Linee guida per politiche integrate che sono state ricavate dall’analisi del patrimonio raccolto. Nel programma 2019-2022 il progetto si è posto l’obiettivo di giungere a un Patto per l’urbanistica città accessibili a tutti per governare la frammentazione, che ha visto l’adesione di 8 città – Ancona, Genova, Livorno, Mantova, Reggio Emilia, Spello, Taranto e Udine – che stanno condividendo politiche, strategie e progetti in un percorso di comparazione utile a fornire consapevolezza ed efficienza. Nel 2020 e 2021 con la realizzazione del Premio Città accessibili a tutti per tesi di laurea magistrali e ricerche-studi ci si è rivolti al mondo universitario. Il premio, promosso da INU-URBIT, è sostenuto dalla Camera di Commercio di Genova, con un montepremi di 5.000€ in buoni libro e dispositivi, e vede la collaborazione del Ministero della Cultura, del Consiglio Nazionale delle Ricerche e del CERPA Italia Onlus. L’iniziativa ha riscontrato in ogni edizione la partecipazione di 20 domande provenienti da università italiane ed estere.

Sviluppi futuri di questo importante lavoro?

Ci attendiamo dalla sperimentazione con le 8 città indicazioni inerenti alcuni aspetti fondamentali quali:

  • la progettazione strategica delle città, in grado di favorire il superamento delle barriere, la riduzione delle disuguaglianze, le soluzioni per risolvere le fragilità attraverso una visione complessiva, coerente e integrata con altre politiche, piani e interventi in essere;
  • la redazione degli strumenti di pianificazione generale e di dettaglio, con particolare attenzione alla conoscenza delle nuove condizioni di vita determinate dalla pandemia e alle soluzioni per dotare il welfare di adeguati servizi all’autonomia di tutte le persone;
  • la realizzazione di progetti urbani riguardanti la riqualificazione/rigenerazione sociale di quartieri che mostrano criticità e fragilità degli abitanti, ma anche riferiti alla mobilità attiva (pedonalità, ciclabilità) e all’inclusione di spazi pubblici e verde urbano.

La sperimentazione, della durata di due anni, aiuta a costruire quel sistema dell’accessibilità che superando la logica del singolo intervento di superamento delle barriere consente di raggiungere un traguardo più ampio della qualità complessiva e dà forma alle relazioni con le altre reti del benessere come quelle di mobilità dolce, abitare, lavoro, vitalità della città pubblica e ambiente. Inoltre i risultati riguarderanno, nel secondo anno, anche il livello generale che è riconducibile alla visione Paese. Luana Di Lodovico

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