LA STORIA DI PAOLO FIORUCCI, IL CANTAUTORE LIBRAIO CHE NON AMAVA LE PAROLE


POPOLI – Le parole sono come azioni e fanno accadere le cose. Una volta che sono uscite dalla bocca non puoi più farle rientrare. È in questi termini che lo scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi ha chiarito la dimensione attiva delle parole, il loro carico e insieme la loro potenza, la loro impalpabilità e nel contempo la loro efficienza.

La storia di Paolo Fiorucci, nato e vissuto a Chieti ma anche libraio da un anno a Popoli, cinquemila abitanti in provincia di Pescara, è l’esempio palpabile che azioni e parole non sono affatto poli opposti, che possono (e dovrebbero) andare di pari passo, che l’una insomma possa alimentare le altre e viceversa in un meccanismo realmente virtuoso.

Quella che Paolo Fiorucci ha nelle parole è una fiducia nata in maniera insolita.

“All’inizio, quando mi sono avvicinato al mondo della canzone – racconta a Virtù Quotidiane – le parole non mi interessavano per niente, se consideri il ruolo che oggi giocano nella mia vita ti rendi conto di quanto l’esistenza sia soprattutto cambiamento. Mi piaceva il jazz, le musiche che uscivano dagli strumenti della banda di paese quando incontravano l’America (e l’Africa, a dirla tutta). Poi è arrivata la canzone d’autore, ai tempi dell’università, prima quella degli altri, poi i miei brani sfociati soprattutto nell’album “Sei personaggi in cerca di cuore. E in Testadura, il mio disco che non è mai uscito. Infine cinque anni di silenzio in cui ho letto tanto, soprattutto poesia, prima di cominciare a scriverla”.

Leggere dunque, studiare, conoscere ma anche sorprendersi ad amare qualcosa che fino a poco prima sembrava non interessarci, cominciare a considerare anche il più lieve spiffero d’aria che si insinua da una fessura e ritrovarsi ad esplorarne il profumo. Mettere in ordine il caos, le prime parole, quell’esigenza di dire, di esprimersi. Abbozzare i primi versi, scegliere quali tenere, quali scartare, prendere degli abbagli, pentirsi, ricominciare daccapo.

“Credo che le canzoni abbiano l’età di quando le scrivi – rivela Paolo – non invecchiano con te. Questo certe volte è un bene, altre un male. Alcune canzoni le ho dimenticate, forse esistono ancora su qualche musicassetta registrata alla buona, ma se non salgono più con me sul palco dev’esserci sicuramente un motivo. Probabilmente erano soltanto brutte. Altri brani vorrei dimenticarli, ma ho un pubblico di una trentina di affezionati che ogni tanto me li ricorda e me li fa cantare. Lo faccio volentieri, quelle canzoni continuano a non piacermi, ma chi le ascolta sorride, e allora capisco che è giusto così. Esistono infine poche canzoni scritte anni fa che amo ancora, che ad ascoltarle mi fanno pensare che quella volta forse ci ho preso davvero”.

Una volta compreso che la sua strada sarebbe stata quella delle parole (tra l’altro Paolo si laurea in Lettere a Chieti con il compianto prof. Giancarlo Quiriconi) con o senza musica, l’autore teatino ha iniziato pian piano a costruire la sua voce, anche inconsapevolmente, a “fabbricare” il suo marchio riconoscibile, la sua impronta, senza correre il pericolo di perdere la sua libertà artistica.

“Dove non c’è denaro – continua Paolo – è difficile che venga minacciata la libertà. Le mie canzoni e le mie poesie non hanno mai generato chissà quali guadagni, quindi ho potuto scegliere sempre dando la priorità alla bellezza senza interferenze”.

Eppure, nonostante Fiorucci non riempia (ancora?) gli stadi, non è proprio uno sconosciuto qualunque e non solo in Abruzzo. Complice, almeno in parte, la sua esperienza di libraio a Popoli, paese sul confine tra la provincia aquilana e pescarese, dove prima di aprire la libreria, Paolo aveva in precedenza lavorato come portiere di notte in un hotel.

Quello che doveva essere un piccolo e coraggioso esperimento culturale in uno dei tanti paesi italiani che si vanno spopolando per mancanza di prospettive lavorative, è invece diventato qualcosa in più, anche grazie alla potenza della rete.

“Nell’esperienza lavorativa del Libraio di Notte – spiega Paolo – il social è stato tutto. Siamo in un’epoca in cui non basta fare, devi anche saper dire che stai facendo, e in questo sono fortunato, riesco abbastanza facilmente. Se avessi dovuto puntare soltanto sui clienti fisici avrei chiuso i battenti dopo due mesi, dato il limitato bacino di utenza. In molti hanno conosciuto la libreria grazie ai miei post su Facebook, e alcuni da fuori Abruzzo hanno scelto di venirmi a far visita proprio dopo una foto o una frase che li aveva colpiti sulla pagina. Queste le gioie. I dolori cominciano quando la comunicazione da piacere diventa dovere e scadenza, però mi rendo conto che nel mondo del lavoro esistono tragedie ben peggiori, quindi non è il caso di lamentarsi. Per quanto riguarda l’ambito artistico non mi promuovo chissà quanto. È davvero raro che io pubblichi sul web una mia canzone, non ne sento troppo l’esigenza. Con le poesie è diverso, credo che il social sia un buon terreno per testarne l’efficacia, e spesso approfitto anch’io di ciò. In questo caso la parola “condivisione” assume quasi la giusta accezione, quella originaria, anche su Facebook”.

I social dunque hanno dato visibilità alla libreria e al libraio e, di riflesso, anche al cantautore e al poeta. Questo Paolo lo sa e anche in questo caso mostra di saper vivere il suo tempo, pur non condividendone sempre esiti e riuscite. I suoi gusti in fatto di suoni e di generi (musicali e letterari) sono altrettanto consapevoli.

“Sicuramente non mi riconosco nei suoni della generazione successiva alla mia – dice Paolo – ma questo non vuol dire che provi odio o profonda avversione per quella musica. Non la capisco, ma comprendo che parla a questo tempo con una lingua efficace, che io non so o non voglio imparare. Mi occupo di altro, qualcuno definirebbe il mio genere ‘vecchio’, io preferisco chiamarlo ‘classico’. Sto seduto ai bordi a guardare questo tempo accadere, qualche volta ne scrivo, altre volte no. Mi riconosco invece nella poesia contemporanea, quella pop dei reading e dei poetry slam, in quello mi sento figlio del tempo, per una volta”.

Le parole insomma continuano a sopravvivere ai tanti tempi umani, condivisibili o meno, e sono insieme alle azioni, le uniche in grado di rimodellare la società, se necessario rifondarla o al limite di ricomporne i pezzi più ammaccati.

21 poesie invece di chiederti come stai è il titolo della raccolta di poesie appena scritta di Paolo, per la prima volta autore (almeno in via ufficiale) di versi non accompagnati dalla musica.

“Fino a qualche anno fa – precisa Paolo – pensavo in canzone, ogni cosa che mi accadeva, e che non mi accadeva, diventava un pretesto per la scrittura di parole in musica. Da qualche anno però mi sembra che le parole bastino a se stesse, senza bisogno di vestiti in accordi e melodia. Forse ho cominciato a pensare in poesia, mi passano in testa frasi complete, da seguire per vederne il punto di arrivo”.

21 poesie invece di chiederti come stai è il mio esordio, una raccolta di ventuno componimenti che sto portando in giro con un reading assieme alle mie canzoni, accompagnato dalla chitarra d’autore di Domenico Gialloreto. Si tratta anche di un libro autoprodotto che trovate dal Libraio di Notte, le cui vendite contribuiranno a portare Franco Arminio il 5 luglio a Popoli per il primo compleanno della libreria, un altro sogno che si realizza”.

Sogni, parole. Per molti continuano a risultare ingannevoli. Ne siamo proprio sicuri?

Sostieni Virtù Quotidiane

Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.


Articolo soggetto a copyright, ogni riproduzione è vietata © 2021