Personaggi 01 Mag 2018 20:24

L’ULTIMO DEGLI ARCARI DI ARISCHIA, “UN MESTIERE ANTICO CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE PER SEMPRE”

L’ULTIMO DEGLI ARCARI DI ARISCHIA, “UN MESTIERE ANTICO CHE RISCHIA DI SCOMPARIRE PER SEMPRE”

L’AQUILA – È un’epopea a tratti leggendaria quella che unisce gli abitanti di Arischia, piccolo borgo ai confini del bosco della Val Chiarino, alle pendici del versante aquilano del Gran Sasso, con quelli di San Pietro di Isola del Gran Sasso, paese nel versante teramano del massiccio. Essi sono, come ha scritto lo storico Alessandro Clementi nel suo libro L’Arca, una storia, un’arte, “legnaioli da un lato e legnaioli dall’altro, pastori da un lato, pastori dall’altro, coltivatori su terre magrissime da un lato, coltivatori dall’altro ma, soprattutto, e qui sta il miracolo, arcari da un lato, arcari dall’altro”.

Oggi “l’ultimo degli arcari” vive ad Arischia e continua a realizzare artigianalmente le tradizionali madie, fatte con il legno di faggio del bosco del Chiarino, nel laboratorio di famiglia allestito da suo nonno, il cavalier Giuseppe Gizzi, artigiano famoso nel mondo, grazie alla Camera di Commercio dell’Aquila, per aver realizzato i mobili del ristorante Le Tre Marie.

Una storia che ha inizio nel 1848 quando una famiglia di Isola del Gran Sasso si trasferisce ad Arischia e apre la prima bottega artigiana di arche. Un mestiere antico e faticoso che grazie alle abilità manuali degli artigiani di Arischia diventa un’arte “simbolo di maestria, semplicità e forza degli uomini di montagna” ma che rischia irrimediabilmente di scomparire per sempre.

“Con l’artigianato non si può più vivere, continuo a fare le arche per non lasciar morire questa antica tradizione artistica”, dice a Virtù Quotidiane Giuseppe Gizzi, detto Pino, nipote del cavaliere Gizzi e padre di una ragazza laureata in ingegneria gestionale ma alla ricerca di lavoro all’estero.

Le arche erano le dispense che ogni famiglia aveva in casa e che ancora fanno capolino nelle abitazioni delle nonne.

Non c’erano armadi o cassettiere ma le arche, appunto, di dimensioni e caratteristiche diverse a seconda dell’uso “c’era l’arca de ju pecorale, l’arca del pane e l’arcò dove si conservavano i cereali, come l’orzo e il grano – racconta l’ultimo degli arcari – poi c’erano quella per la farina e con il pianale per ammassare le fettuccine. C’era anche l’arca che la sposa portava in dote con il corredo il giorno del matrimonio”.

“Da allora sono passate tre generazioni e con mio padre Franco, venuto a mancare nel 2003, la bottega ha chiuso inevitabilmente i battenti fino a quando – rivela Giuseppe – dopo trenta anni di lavoro nel mondo dell’edilizia, ho deciso di riprendere l’arte tramandata da mio nonno”.

Quando si raccoglieva il legno di faggio alle pendici del monte Corno, nella stagione estiva, si usava appoggiare le tavole ancora verdi sulle carbonaie del Chiarino per lasciarle essiccare.

Il fumo delle carbonaie consentiva di colorare in modo naturale e biologico il legno, una tecnica che ha rappresentato la caratteristica unica delle arche di Arischia non riproducibili altrove, nonostante i numerosi tentavi di “plagio”.

Un’eredità culturale nella cui storia è contenuta la saga di un territorio aspro che ha fatto del faggio la sua unica ed autentica ricchezza.

“Ho ricreato nel mio laboratorio le stesse condizioni di allora – dice orgoglioso l’erede unico di questa nobile arte – per imbrunire le tavole utilizzo un forno autoprodotto. Per fare un’arca ci vogliono cinque giorni e venticinque tavole, una diversa dall’altra e naturalmente una passione smisurata”.


Sostieni Virtù Quotidiane

Puoi sostenere l'informazione indipendente del nostro giornale donando un contributo libero.
Cliccando su "Donazione" sosterrai gli articoli, gli approfondimenti e le inchieste dei giornalisti e delle giornaliste di Virtù Quotidiane, aiutandoci a raccontare tutti i giorni il territorio e le persone che lo abitano.