TRA BLUES E TRANSUMANZA, SETAK SI RACCONTA: “CANTANDO IN DIALETTO RIESCO AD ESSERE ME STESSO”


L’AQUILA – Nel mondo della musica d’autore dagli anni ’50 ad oggi, sono molti gli artisti che si sono serviti del dialetto per raccontare le proprie canzoni, basti pensare al De Andrè di “Creuza de mà”, album interamente cantato in genovese, o più in generale alla canzone napoletana, che con autori come Pino Daniele ha raggiunto il successo nazionale ed internazionale. Una tendenza volta a custodire la tradizione linguistica della propria terra e diffonderla al di fuori di essa, che però nell’era della comunicazione di massa è andata man man spegnendosi, tanto nella musica quanto nel parlato.

Se poi pensiamo a forme di dialetto abruzzese nelle canzoni, che non siano stornelli o canti popolari, di artisti contemporanei che ne abbiano fatto uso non ne vengono in mente poi molti.  Uno di questi sta però facendo parlare di sé. Il suo nome è Nicola Pomponi, in arte “Setak”, pseudonimo che fa riferimento al soprannome “lu setacciar”, retaggio della famiglia costruttrice di setacci, strumenti utilizzati per filtrare la farina.

Il suo album d’esordio Blusanza, uscito nel maggio del 2019, ha raccolto ad oggi un bel numero di estimatori, arrivando finalista alle “Targhe Tenco” come miglior album in dialetto e vincendo il premio “Loano Giovani”, il riconoscimento più importante della musica tradizionale italiana.

Undici canzoni che raccontano il microcosmo blues del cantautore, raccolte sotto un titolo che riunisce origini e prospettive, il viaggio ed il ritorno a casa.

“Il titolo è l’unione delle due parole blues e transumanza” racconta Setak a Virtù Quotidiane. “Il blues, oltre ad essere il genere con cui più mi identifico, rappresenta l’emotività e le origini, mentre la transumanza è intesa come esperienza di vita, il viaggio ed il ritorno a casa cambiato dall’esperienza”.

Nato a Penne (Pescara), Setak muove i suoi primi passi come chitarrista, per poi decidere d’intraprendere un percorso da solista e autore delle proprie canzoni. È proprio in un momento di blocco creativo che nasce l’idea di comporre in dialetto, scelta coraggiosa che ha portato “Blusanza” a diventare un piccolo caso musicale, che ha attirato le attenzioni della stampa e della tv nazionale: non è così frequente infatti ascoltare cantautori utilizzare il dialetto abruzzese in chiave non folcloristica.

“In principio scrivevo in inglese, poi durante un periodo di crisi creativa ho deciso che volevo tirare fuori la vera essenza di me stesso. Fondamentale è stato l’apporto del mio produttore Fabrizio Cesare, figura determinante del mio percorso. Con il dialetto sono più sincero, spesso non viene preso troppo sul serio, ma è una risorsa: accettiamo di ascoltare canzoni inglese senza capirne le parole, col dialetto facciamo un po’ più di fatica. La forza del progetto sta anche nel fatto che il dialetto è alla portata di tutti”.

Nonostante l’emergenza Covid, Setak è riuscito a portare il suo album in un tour di quattordici date in tutto l’Abruzzo, raccogliendo i frutti del suo primo lavoro. Il cantautore ha già in cantiere il suo secondo album: “Si chiamerà ‘Alestalè’, farò uscire un singolo intorno a dicembre e poi decideremo in base a quale sarà la situazione legata al CoVid il modo migliore per suonare dal vivo e promuovere l’album”.

Nel frattempo, il cantautore continua a portare il suo blues tutto abruzzese in giro per l’Italia, esportando i suoni della sua terra e la voglia di essere sempre sé stessi, senza compromessi.

“In Abruzzo come nell’intero paese vedo un sacco di talento, il livello è veramente alto. Quello che manca è il coraggio, si tende troppo a rincorrere la moda del momento. Non dico che sia facile: io stesso non sapevo se il mio lavoro sarebbe stato ascoltato o meno, ci vuole un po’ di faccia tosta. Ma essere sé stessi è l’unico consiglio che mi sento di dare; per arrivare a chi ti ascolta, la musica dev’essere figlia di un’ispirazione, non di un ragionamento”.

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