Trent’anni di Baladin, Teo Musso: “Memorabile la prima birra 100% italiana. Una rivoluzione nella rivoluzione”
FRANCAVILLA AL MARE – Rivoluzionario, visionario, inventore. Non basta un’ora di chiacchierata, immancabilmente davanti a una delle sue straordinarie birre che hanno scritto pagine importanti della storia brassicola italiana – e ad alcune pizze di Carpe Diem nel nuovo locale di Francavilla al Mare (Chieti) aperto domenica scorsa – a Teo Musso per ripercorrere la sua vita umana e professionale.
Densa di idee, avventure imprenditoriali – dalle difficoltà iniziali al successo – aneddoti e curiosità, legati alla birra ma non solo. Dall’apertura di una piccola birreria che serviva 200 birre provenienti da tutto il mondo nel cuore delle Langhe, in un paese di mille abitanti dove “nel 1986 c’erano 39 cantine e si consumavano poche bottiglie di birra all’anno”, all’invenzione del primo calice per la degustazione di birra con precise caratteristiche tecniche.
Nel fine settimana sarà proprio a Piozzo (Cuneo), da dove tutto è cominciato – quarant’anni fa con il locale, dieci anni dopo con la produzione – che Baladin festeggerà questo compleanno speciale. Proprio nel vecchio pollaio del padre che Teo Musso ristrutturò destinandolo al birrificio.
Dal 10 al 12 luglio al Baladin Open Garden saranno disponibili 25 spine, con diverse novità e collaborazioni. La tre giorni unirà degustazioni, musica dal vivo e cultura brassicola, facendo incontrare alcune delle realtà che hanno scritto la storia del movimento nazionale insieme al concorso di homebrewing “Una Birra per l’Estate 2026”, organizzato dal Movimento Birrario Italiano.
Trent’anni di Baladin, come è cambiata la birra artigianale italiana?
Devo dire che trent’anni è un traguardo meraviglioso. Se mi immagino trent’anni fa, all’inizio di questa rivoluzione, non avrei mai immaginato che saremmo potuti arrivare così avanti, così in tanti, a cambiare quello che è il percepito della birra in Italia attraverso questa rivoluzione della birra artigianale. Noi continuiamo a portare avanti questa rivoluzione legata a tutto quello che è il mondo della terra, portando la nostra italianità attraverso le materie prime che coltiviamo, la nostra visione, la nostra identità, senza darci dei limiti per quello che riguarda il fatto di andare alla ricerca di nuovi orizzonti, l’importante è mantenere proprio quella che è la nostra visione, la nostra identità.
Dalla filiera corta alla birra fatta con l’acqua del mare su una nave da crociera, qual è stata la cosa memorabile di questi trent’anni, più di tutte le altre?
Sicuramente tante sono le tappe, è anche difficile dirne una, però se devo dirne una, probabilmente il fatto di aver fatto la prima birra 100% italiana della storia d’Italia quindici anni fa, con la prima bottiglia di “Nazionale”, quindi come inizio di una rivoluzione all’interno della rivoluzione della birra artigianale, portando la nostra terra dentro il bicchiere.
C’è chi dice che il vino è un prodotto faticoso, subordinato alla natura e per il quale si ha una sola chance l’anno, mentre la birra si può fare anche in garage con pochi ingredienti e facilmente.
Diciamo che la fermentazione viene fatta sempre dentro una cantina, che poi sia piccola come un garage o che sia gigantesca come quella di una grande produzione di birra. Il tema è che le materie prime di tutti questi prodotti naturali arrivano dalla terra con l’andamento climatico di quell’anno, la fatica di coltivarla e con tutta l’energia di tutta la filiera agricola che viene portata poi dentro una cantina e poi lì si fa quello che è birra, vino, sidro o altri fermentati che partono dall’agricoltura. Quindi questa è un’affermazione un po’ superficiale. Noi abbiamo da una parte la fortuna di poter avere le nostre materie prime che sono stabili perché sono essiccate e dobbiamo aggiungere l’acqua e quindi possiamo permetterci di produrre tante volte e fare tante fermentazioni durante l’anno, il mondo del vino invece non ha questa fortuna, ma dall’altra parte abbiamo anche una sfortuna che è quella che il consumatore finale immagina dietro un’etichetta sempre lo stesso prodotto e non abbiamo la giustificazione dell’annata che invece abbiamo perché ogni anno c’è un raccolto diverso.
Sono proliferati birrifici in questi anni, ci sono dei rovesci negativi della medaglia rispetto a questo fenomeno?
No, direi che è una bellissima vibrazione dell’Italia, dei giovani che hanno voluto portare il loro modo di esprimersi attraverso questa bevanda fermentata che ha dato origine in tantissimi di questi casi alla rivalorizzazione di zone secondarie creando anche, pian piano, del turismo birrario che è una delle cose più importanti che arriva anche dietro quello che è stato un grandissimo lavoro fatto dal turismo del vino. Oggi abbiamo delle possibilità di far visitare un migliaio di birrifici sparpagliati per l’Italia che sono un modo diverso di raccontare la nostra italianità.
I prossimi trent’anni?
Intanto io probabilmente non ci arrivo con tutta la buona volontà. Penso comunque che ci sia spazio per portare avanti bene quello che abbiamo fatto fino a oggi in un modo più consapevole e con spazi sicuramente interessantissimi per dare sfumature di colore che il mondo dell’industria della birra per ovvi motivi non può dare a questo prodotto meraviglioso fermentato.
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