UN MARINAIO PUNK SOLCA IL MARE D’ABRUZZO: LA STORIA DI FILIPPO DELLA FAZIA DA SAN VITO CHIETINO


SAN VITO CHIETINO – Si definisce punk, non è un nostalgico degli antichi mestieri, ma inevitabilmente la sua professione evoca racconti, miti e un immaginario romantico, quasi fiabesco.

È Filippo Della Fazia, un marinaio abruzzese di 36 anni. È nato e vive a San Vito Chietino (Chieti), luogo dalla storica tradizione marinaresca, che negli ultimi anni ha vissuto il boom del turismo dei trabocchi.

E proprio con il turismo del mare Della Fazia ha lavorato fino allo scorso anno, su una barca a vela storica, raccontando ai turisti le storie del mare abruzzese, il significato e gli aneddoti del mestiere del pescatore, quello forse oggi svanito, comunque certamente trasformato. Un rapporto col mestiere che era totalizzante: “Ho voluto condividere con le persone la storia e l’anima del nostro mare – racconta a Virtù Quotidiane – e l’ho fatto su una vela latina, quella che si usava fino agli anni ’50 come barca di lavoro e che, a differenza di quanto possa suggerire il nome, è di ispirazione araba”.

È un vortice di emozioni ed evocazioni il marinaio punk, e sente forte il legame con la sua famiglia, unita al mare da generazioni: “Mio padre e mio nonno mi hanno trasmesso le conoscenze e la passione per il mio mestiere, non tutti lo sanno ma San Vito ha una forte tradizione marinaresca, è uno dei luoghi dove si costruivano tra le migliori barche del Medio Adriatico”.

Filippo Della Fazia fa parte di una famiglia storica di pescatori di San Vito Colle. Tra ‘800 e inizi ‘900, infatti, chi abitava a San Vito Marina lavorava solitamente come maestranza a terra, con reti, cime e barche. Quelli che abitavano nel nucleo storico sul colle, invece, andavano per mare.

Come il suo bisnonno che, navigazione dopo navigazione, arrivò ad acquistare barche e diventare armatore.

Suo figlio, il nonno di Filippo, classe 1906, faceva invece il pescatore, e iniziò ad andare in mare da piccolissimo, insieme a tutta la famiglia, come si usava allora: “Pensa che una volta, durante una tempesta, mio nonno è tornato dal mare sfruttando solo la luce dei lampi”, ci racconta con una punta di orgoglio il giovane sanvitese.

Qualche anno fa, in stazione, Filippo ha acquistato un libro sulla navigazione, ha iniziato a leggerlo in treno e ci ha trovato il nome del nonno, collegato alla storia della marineria del Medio Adriatico.

I legni utilizzati per la costruzione delle barche sull’Adriatico erano diversi rispetto a quelli, ad esempio, del Mar Ligure: la tradizione adriatica, legata alla quercia, è infatti più vicina a quella africana e araba, rispetto alla ligure, dove si utilizza il legno da pino. Questo permette una resistenza forte all’acqua, e quindi maggiori condizioni di stabilità e sicurezza.

Anche il padre di Filippo, naturalmente, ha un rapporto simbiotico con il mare. Ma ha rappresentato la prima generazione “moderna”, quella che – come in tutto Abruzzo – è passata dalle campagne alle fabbriche, andando a lavorare a Genova, e poi comprando un peschereccio insieme ai suoi cugini.

“Mio padre ha passato 60 anni in mare, era una sorta di estraneo alla terra – evidenzia con una punta di ironia Filippo – ogni volta che salgo sulla barca ritrovo gli stessi odori che quando ero piccolo mi ricordavano il ritorno a casa di mio padre. I primi tempi la sensazione che provavo quando eravamo in mare aperto era la paura, mentre gli adulti erano molto tranquilli. Oggi per me andare in mare significa uscire dal recinto della terra, ti regala una sensazione di apertura e libertà straordinaria”.

Emozioni che si provano a prescindere dalle stagioni, e anche nel periodo invernale: “In questi mesi il mare ha il suo fascino, con le precipitazioni è un po’ più dura, ma da alcuni mesi sto lavorando a bordo di una nave che fa lavori portuali e oggi abbiamo alcune comodità che alleviano la durezza del mare d’inverno, rispetto a qualche decennio fa. Con l’equipaggiamento giusto il freddo si affronta”.

Negli ultimi decenni è mutato profondamente il mestiere del pescatore, come quello del marinaio. Se prima si andava in mare per soddisfare un bisogno quasi giornaliero della propria famiglia o delle piccole comunità come quella di San Vito, oggi è cambiata anche l’economia nel settore, anche grazie all’avvento della refrigerazione: “Non sono assolutamente un nostalgico – ci tiene a ribadire – come per tutte le cose ritengo inutile e dannoso un mero ritorno al passato, perché ogni giorno cambiamo e ci trasformiamo. Oggi come oggi non farei mai il pescatore, ma un discorso molto diverso è invece legato al turismo, che nella nostra zona può avere uno sviluppo sostenibile legato direttamente al mare, per arginare anche il danneggiato ecosistema marino. Fare del buon turismo può generare economia per noi, ed è anche un modo per prendersi cura e tenere alle sorti del nostro mare”.

Il marinaio punk continua a raccontare storie, con lo sguardo deciso e il tono determinato. A noi piace immaginarlo come un eroe solitario, nel suo mare d’Abruzzo.

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