VENT’ANNI FA MARCO PANTANI FACEVA LA STORIA NELLA NEVE DI CAMPO IMPERATORE


Il 22 maggio 1999 Marco Pantani vinceva a Campo Imperatore (L’Aquila) una tappa del Giro d’Italia passata alla storia, e rimasta nel cuore e nel ricordo di migliaia di abruzzesi che, sfidando la neve del Gran Sasso, quel giorno rimasero ore al freddo per ammirare le gesta del Pirata. A vent’anni esatti da quella tappa storica, e a pochi giorni dal passaggio all’Aquila del Giro d’Italia, Virtù Quotidiane propone il ricordo intenso di Roberto Capezzali. Un aquilano che, quel giorno, c’era.

L’AQUILA – “Brividi d’emozione: di quelli che un giorno si dirà, ‘io c’ero’ “. Così scriveva, il giorno dopo, il cronista sportivo di Repubblica.

Beh, io c’ero. Anzi, ci sono, perchè sta accadendo adesso. Parcheggiato con la mia Ibiza rossa a bordo strada, nello scenario surreale della Fossa di Paganica incotonata di nebbia. Un freddo insolito, come da queste parti continuiamo a dirci ogni volta, anche se ogni volta è lo stesso. Tre gradi sopra lo zero al traguardo di Campo Imperatore, dove gli spazzaneve hanno dovuto fare gli straordinari per liberare la strada. L’arrivo è incorniciato da due pareti bianche, un corridoio d’onore su cui i tifosi, con le bombolette, hanno scritto gli slogan che normalmente ornano l’asfalto delle tappe. Ma la neve di maggio è un inganno bianco che aspetta solo il primo raggio di sole per sciogliersi e portare con sè i sogni incerti di questa giornata destinata a passare alla storia.

È il 22 maggio del 1999 e sul Gran Sasso sta per compiersi una delle imprese ciclistiche destinate a fare da spartiacque nei destini di uno sport e dei suoi campioni. Arriva il Giro d’Italia, avvelenato da una scia di polemiche che stringe il gruppo in una morsa mortale.

Questa stessa mattina, dopo la partenza da Pescara, Marco Pantani ha avvicinato Andrea Tafi nel gruppo che marcia verso le montagne e gli ha parlato duramente. Tafi e la sua squadra non si sono schierati con gli altri ciclisti che contestano i controlli medici che il Coni sta conducendo a sorpresa. È un ambiente compromesso, quello del ciclismo professionistico, dove i medici sportivi con alchimie equilibristiche garantiscono ai propri corridori le massime performance possibili restando nei limiti consentiti dei valori ematici. Tra tutti, l’ematocrito, il cui tetto è fissato a 50. Grazie all’eritropoietina, nota semplicemente come “epo”, si può giocare con questo valore facendolo arrivare a 49, garantendo la massima ossigenazione possibile, e quindi pedalate in più, e sforzo in più, e scatti in più per questi gladiatori di fine millennio.

Ma basta una dose sbagliata, o una risposta dell’organismo appena diversa dal giorno prima, e quel 49 può diventare 51, facendo scattare la squalifica.

Tutti stanno al gioco. Tutti. Tutti sono consapevoli di rischiare e nessuno di loro può, in coscienza, credere di giocare pulito. Nemmeno l’eroe Pantani che, quella mattina, affianca Tafi e gli dice che il gruppo non aiuterà più la sua squadra. “Da oggi siete soli”, gli dice. E non è un segreto, visto che il giorno dopo lo riportano anche i giornali. Cose che andrebbero ricordate, quando si scrivono le agiografie degli eroi. Soprattutto di eroi che, si sostiene, sono stati “lasciati soli”. Tafi passa mezzora a piangere in coda al gruppo e medita di ritirarsi, ma la squadra lo convince ad andare avanti. Pantani guarda in alto, verso la neve di Campo Imperatore.

Io mi sto assiderando seduto nell’Ibiza. Mi sono laureato da un mese, tra venti giorni inizierò il mio primo lavoro. Dalla portiera aperta, immerso nella nebbia, vedo cento metri di strada verso il basso e cento verso l’alto, che grossomodo è la stessa visibilità che ho sulla mia vita. I rumori degli altri spettatori (non molti a dire il vero in quel punto) mi arrivano esageratamente attutiti dalla nebbia, dandomi un senso di intimità che ricordo ancora oggi. In epoca pre-smartphone l’aggiornamento sulla corsa è integralmente demandato alla radiocronaca della RAI, ma nell’incerta ricezione tra le vette le notizie rimbalzano a spezzoni e passano tra i presenti con una specie di telefono senza fili, trasmettendo quel tanto di incertezza necessario a dare il giusto contorno di atmosfera epica. Del resto l’epopea del ciclismo è nata da frasi poggiate sull’etere: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi…”. E chi lo aveva visto mai, tra le decine di migliaia di bambini che avevano ascoltato sognanti alla radio quella famosa cronaca di Mario Ferretti, quell’uomo solo? Ecco, qui alla Fossa di Paganica ci si sente un po’ così. Aspettiamo anche noi il nostro uomo solo, forse potrebbe essere Danilo Di Luca, il giovane fenomeno abruzzese appena passato professionista, secondo in classifica generale a sette secondi dalla maglia rosa Jalabert. O forse Gotti, o Zuelle, chissà.

Poi il silenzio della montagna comincia ad essere incrinato dalle grida di incoraggiamento dei tifosi. Ma senza riferimenti diretti è difficile capirne il senso. Non si sa se sta arrivando il gruppo o se c’è una fuga, non si sa, praticamente, niente. È tutto nebbia, e grida isolate, e tensione, e brivido. Dirò, “io c’ero”.

Passano le prime moto, passa l’auto della direzione di corsa. Poi dalla nebbia compare una figura isolata. È alto sui pedali, ed è solo una sagoma finchè non arriva a pochi metri da me. Riconosco la maglia della Mercatone Uno quando ormai è a pochi passi. Guarda per terra, la strada che sta macinando, verso la vetta, verso la gloria che durerà ancora pochi giorni. Quando Marco Pantani, il Pirata, mi passa davanti mi vengono i brividi, e ce li ho anche adesso, vent’anni dopo. Prenderà la maglia rosa tra poco, e sulle Alpi arriverà a più di cinque minuti di vantaggio sul secondo, Savoldelli.

Poi, la mattina del cinque giugno, arriverà la notizia: l’ematocrito di Pantani è stato trovato a 52. Fine della storia, inizio della tragedia.

Ma mentre Pantani mi passa davanti tutto questo deve ancora succedere, e forse non succederà mai. Forse il Pirata scomparirà nella nebbia di Campo Imperatore consegnandosi alla leggenda, invincibile e immacolato. Forse volerà per sempre tra quelle due ali di neve, e nessuno lo raggiungerà più.

In questo momento non posso saperlo. Pantani scompare, cento metri più in là. Passano gli altri, stravolti e battuti. Ma è vero o no? È eroismo o finzione? Sul bordo della strada, questa domanda non mi sfiora nemmeno.

Ma domani la neve di maggio si scioglierà e degli inganni di questa nebbia mi resterà solo un ricordo sbagliato di cui non so cosa fare.

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