Itinerari 17 Dic 2021 19:38

CORVARA E LA CAPACITÀ DEI PICCOLI PAESI ABRUZZESI DI ESSERE DONI INASPETTATI

CORVARA E LA CAPACITÀ DEI PICCOLI PAESI ABRUZZESI DI ESSERE DONI INASPETTATI

CORVARA – Una piccola magia che si aggiunge al fascino noto, ricercato, magia che sembra un dono inatteso, uno spettacolo allestito solo per te, come un privilegio concesso per la tua presenza di unico visitatore: questo sanno dare certe volte i paesi montani abruzzesi quando ti ritrovi solo tra i loro vicoli, in un giorno qualsiasi, in una stagione che non sia quella estiva, lontano dalle festività e dagli eventi mondani.

Questa piccola magia ce l’ha saputa donare Corvara, il paese meno abitato della provincia di Pescara, colta su fare della sera, deserta, muta, dopo un’escursione divertente e panoramica sul monte Aquileo, chiamato “la Queglia” dalle persone del posto.

Arriviamo in paese dalla Contrada Le Mandre. Il piazzale che incontriamo sembra ristrutturato di recente, come pure la sorta di balconata che fa da accesso. Il panorama intorno tende al color vinaccia. Vinaccia le montagne verso il Gran Sasso, vinaccia la distesa di colline che arriva fino al mare. Pochi passi e i lampioni si accendono: l’arancione contamina il crepuscolo.

Iniziamo la discesa verso le vie più antiche, rustiche. Il freddo inizia a farsi sentire ma l’autunno ha deposto per noi foglie gialle sul selciato che, in qualche modo, tengono compagnia e scaldano.

Giunti in una piazzetta ci accoglie un gatto, che resta immobile a fissarci. La scritta su un portone “Bar Ferramenta Lavanderia” per un attimo ci commuove, ma poi ricordiamo che a Corvara è stato girato il film Omicidio all’italiana di Maccio Capatonda e l’insegna non può che esserne un lascito.

Davanti alla porta di una casa il dipinto di un asino e di un cane che si guardano ci accompagna verso la chiesa di Sant’Andrea Apostolo, o meglio, verso ciò che ne resta: la torre campanaria e parte dell’abside, rimasti in piedi dopo il terremoto del 1933.

È qui che giunge la notte, qui che inizia la magia.

La passeggiata diventa una ricerca, una caccia al tesoro, e il tesoro è lo scorcio più bello che possiamo vedere. Ma, scendendo ancora verso i piedi del paese, a uno scorcio se ne aggiunge un altro, a una scoperta se ne segue un’altra, e ogni piccolo, prezioso spettacolo sembra un attimo fugace e fragile, allestito per il nostro passaggio e per nessun altro. Avvertiamo come uno spaesamento, come un’immane responsabilità: il dove esserci ora e in questo momento come se, altrimenti, tutta questa bellezza andrebbe perduta.

Non è così, in realtà. Ma l’effetto straniante persiste, e arricchisce la nostra esperienza.

Superato un lavatoio che deve aver raccolto un tempo tutte le chiacchiere di Corvara, seguiamo via del Salto per trovarci dinanzi l’unica chiesa rimasta, la parrocchia di Santa Maria delle Grazie. È del XVI secolo, semplice, campestre. L’unica decorazione sono due lesene di ordine dorico che sostengono una trabeazione in cui è inciso una specie di drago. Una chicca che non ci aspettavamo tra case antiche, case restaurate da poco, case appese ai puntellamenti e resti di case muffite, una composizione per nulla asfittica, per nulla spiacevole, ma invece commovente, complessa, a suo modo intrigante. Una composizione che ci è sembrata, appunto, un dono.

In silenzio, ormai, recuperiamo il paese alto e l’auto. In testa un unico pensiero: questa bellezza, per quanto fragile, delicata, è un vero privilegio.


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