LE AGROMAFIE SPECULANO SUI PRODOTTI TIPICI DELLE ZONE TERREMOTATE, L’AQUILA E TERAMO TRA LE PIÙ VULNERABILI


L’AQUILA – Un volume d’affari di ben 24,5 miliardi di euro, con un aumento nell’ultimo anno del 12,4%. Sono gli spaventosi numeri delle agromafie in Italia, che nonostante il periodo di crisi economica che attraversa la Nazione non conoscono stagnazione, e anzi crescono di giorno in giorno.

I dati sono contenuti nel 6° Rapporto sui crimini agroalimentari in Italia, elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare e presentato nell’Auditorium della Guardia di Finanza all’Aquila alla presenza, tra gli altri, di Gian Carlo Caselli, presidente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nel settore agroalimentare e Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare Antimafia.

Il volume d’affari che ruota attorno alle agromafie continua a crescere nonostante la crisi economica, riuscendosi ad inserire perfettamente nella filiera del cibo, dalla produzione al trasporto, fino alla distribuzione e alla vendita, passando per il caporalato. Una criminalità organizzata 3.0 che, come noto, da tempo ha abbandonato l’immagine rude e rurale con cui è stata dipinta per decenni, per vestire il doppiopetto, riuscendo a piazzare i propri “figli” migliori nei salotti buoni della finanza, dell’industria e talvolta della politica.

La “concorrenza sleale” delle agromafie, è stato spiegato nel corso dell’incontro all’Aquila, soffoca il mercato e l’imprenditoria onesta. Il risultato è la moltiplicazione dei reati (+50% dal 2017 al 2018) e dei prezzi, l’abbassamento della qualità dei prodotti, l’aumento dei rischi per la salute, con la violazione costante delle regole sulla contraffazione, sul biologico, sulla freschezza di carni e pesce.

Nelle circa 400 pagine del rapporto c’è spazio anche per un capitolo dedicato esclusivamente ai crimini delle agromafie nei territori colpiti dai terremoti che hanno colpito negli ultimi dieci anni L’Aquila e l’Appennino centrale.

Si tratta principalmente di speculazione sui prodotti agroalimentari tipici delle zone terremotate, dall’aquilano all’Alta Valle del Tronto ai Sibillini umbri, che consiste nell’acquistare ingenti quantità di prodotti a prezzi più che dimezzati, con la scusa di “manifestare solidarietà e vicinanza” alle popolazioni terremotate, per poi rivenderli a prezzi anche quadruplicati in nome della stessa solidarietà.

Numerose aziende agricole dell’Appennino centrale, inoltre, hanno segnalato in questi anni diverse proposte di acquisto dell’intero bestiame a prezzi bassi, in considerazione delle condizioni precarie a causa dell’inagibilità o della pericolosità delle stalle. Approfittare delle difficoltà per speculare, insomma.

C’è poi tutto il capitolo relativo all’Indice di permeabilità all’agromafia (Ipa), in riferimento al quale l’Abruzzo risulta essere una delle regioni più esposte in Italia. Questo indice permette di indagare la permeabilità di un territorio rispetto all’agromafia, in considerazione di caratteristiche intrinseche alla provincia stessa (di ordine sia sociale, criminale, economico e produttivo).

“Esso è fondato sulle variabili che si ritiene possano influenzare il grado di vulnerabilità di un territorio rispetto all’agromafia ed è quindi indipendente dal livello di agromafia stesso – si legge a pagina 17 del rapporto – ad esempio, una provincia può avere un livello di infiltrazione criminale modesto ma, in considerazione delle proprie caratteristiche socio-economiche e di alcune peculiarità del contesto produttivo agricolo, può essere comunque vulnerabile al fenomeno. Al contrario, una provincia storicamente afflitta da infiltrazioni criminose può aver raggiunto livelli di saturazione tale da essere permeabile dall’agromafia in misura minore di altri territori”.

In virtù di ciò, le province di Teramo e L’Aquila risultato essere classificate con un indice di permeabilità all’agromafia alto, ossia un’alta propensione ad essere vulnerabili a insediamenti della criminalità organizzata, in base alle proprie caratteristiche socio-economiche. Tra le 28 province italiane considerate più a rischio, L’Aquila occupa la nona posizione assoluta, Teramo la venticinquesima.

Un ulteriore campanello d’allarme che deve far riflettere su quanto le mafie non debbano essere percepite come un fenomeno estraneo, bensì come un sistema integrato nei territori.