BENI CULTURALI TRAFUGATI: MAGLIA NERA PER L’ABRUZZO DOVE I FURTI SONO TRIPLICATI


L’AQUILA – Ha inizio da un recente fatto di cronaca, passato per lo più inosservato se non per gli addetti ai lavori, l’approfondimento di Virtù Quotidiane sulla sottrazione e il commercio illegali dei beni culturali e artistici, tema di cui si discute poco ma che causa un danno inestimabile al patrimonio mondiale.

L’episodio è del novembre 2019 quando la direttrice del Polo museale d’Abruzzo, Lucia Arbace, apre un’indagine in seguito ad alcune segnalazioni sugli sportelli, dipinti tra il 1385 e il 1390, che componevano il tabernacolo della Madonna di Fossa (L’Aquila), scultura lignea proveniente dalla chiesa di Santa Maria ad Cryptas, trafugati diversi anni fa e mai ritrovati.

Il clamore nasce dal fatto che una nota enciclopedia on-line spiegava come gli sportelli fossero stati ritrovati e che, mentre uno fosse stato restituito al Museo nazionale d’Abruzzo (Munda) dell’Aquila, l’altro fosse rimasto nei depositi della Pinacoteca di Bologna.

Quello degli illeciti contro i beni culturali è un campo molto ampio, difficilmente riassumibile in poche righe. Come è stato testimoniato da diverse indagini, di cui il caso dell’antico Cratere di Eufronio è il più rappresentativo, i soggetti coinvolti sono i più disparati, dai tombaroli ai ricettatori passando per commercianti, intermediari, restauratori, trasportatori, esperti di musei e collezionisti.

Il cratere di Eufronio

I crimini contro l’arte spaziano dalla distruzione alla falsificazione, dal furto alla compravendita illegale, non esiste distinzione tra zone di guerre e di pace e in molti casi poco importa il valore economico: può accadere, infatti, che chi commissiona il furto di un’opera lo fa per il suo valore morale o religioso.

Gran parte del mondo ha conosciuto e condannato le devastazioni degli ultimi anni operate dai terroristi dell’Isis di cui Palmira in Siria è solo l’esempio più conosciuto oppure la distruzione delle statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan da parte dei terroristi talebani, contrari a ogni forma di iconoclastia.

La distruzione dei siti simbolo di un popolo e di una cultura fa parte della lucida follia dell’uomo che in ogni epoca ha distrutto la simbologia altrui per imporre la propria come sinonimo di forza e monito per il futuro.

Se l’una annienta l’arte, il furto e il contrabbando la cancellano, in un modo meno definitivo ma pur sempre crudele, mandando perduti quei tasselli del mosaico del nostro passato che hanno reso tale il nostro presente.

Il mercato nero dell’arte, quel luogo immaginario in cui si vende e si compra qualsiasi cosa, terzo dopo droga e armi, si gonfia, tanto che se in passato beni rifugio erano considerati l’oro e il mattone, oggi ad essere i protagonisti indiscussi delle casseforti sono i beni culturali.

Si stima che il flusso di denaro del mercato nero dell’arte si aggiri intorno ai 9 miliardi di dollari contro i 7 del mercato legale con l’indice generale dei prezzi che nel primo semestre del 2019 è salito del 5%. Quando poi questi proventi vengono utilizzati per finanziare altre attività illecite come l’acquisto di armi, la prostituzione e la produzione di droga, allora gli introiti salgono vertiginosamente.

Venendo al Belpaese, l’Italia detiene il record di furti d’arte sul resto del mondo, 55 al giorno e 20 mila all’anno secondo un’inchiesta dell’aprile 2018 di L’Espresso. Sono ovviamente le mafie, le organizzazioni che più di tutti beneficiano del business illegale dell’arte che poco ha a che fare con l’amore spassionato per la cultura.

Restringendo ancora il focus, in Abruzzo tra il 2017 e il 2018 i furti di beni culturali sono triplicati, passati da sei a diciotto. Hanno fatto peggio sono Emilia Romagna e Marche.

Documenti di archivio e beni librari sono i più colpiti soprattutto nelle strutture ecclesiastiche a causa della facilità per il ladro di entrare, rubare e occultare. Al terzo posto della classifica dei beni trafugati si trovano i reperti degli scavi archeologici clandestini anche in questo caso per la facilità di trasporto, complice l’e-commerce che permette di spedire il bene trafugato in tutto il mondo.

Questi sono alcuni dei dati contenuti nel resoconto dell’Attività operativa per il 2018 del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, l’ultimo report disponibile in attesa di quello per il 2019 che uscirà tra qualche mese, in cui compaiono anche le province di L’Aquila e Pescara, a testimonianza di operazioni condotte su alcune importanti opere trafugate negli anni passati e ritrovate proprio nel corso del 2018.

Spiccano per il capoluogo 5 pale d’altare sottratte dalle chiese di San Nicola a Capestrano e San Giacomo Apostolo a Scoppito, chiuse al culto in quanto inagibili a causa del sisma del 2009 e una tela attribuita alla scuola di Raffaello Sanzio sottratta da Palazzo Moscardelli di Ofena.

Pescara rientra invece in un’operazione condotta su tutto il centro-sud durante la quale sono stati recuperati beni per un totale di circa cinque milioni di euro.

Ciò che forse più stupisce, è che le opere d’arte, i documenti d’archivio, i beni artistici nel loro complesso, non sono trafugati solo da mafiosi, collezionisti privati e gruppi terroristici, non sono solo forme di finanziamento e investimento, ma vengono detenute più o meno illegalmente anche dai musei e dalle istituzioni culturali.

Emblematico è il caso del John Paul Getty Museum di Malibu, uno dei musei più grandi degli Stati Uniti d’America che possiede circa 44 mila tra opere d’arte e reperti archeologici “di provenienza sconosciuta”.

È solo di qualche mese fa la notizia che il museo avrebbe deciso di approfondire l’origine di alcune opere d’arte che per la legislazione italiana risulterebbero rubate o scavate illegalmente. Tra queste anche due sculture funerarie raffiguranti dei leoni datate tra il I secolo a.C e il I secolo d.C., provenienti da Palazzo Spaventa di Preturo (L’Aquila).

I leoni di Preturo detenuti dal Getty Museum
I leoni di Preturo detenuti dal Getty Museum

Se si registrano poche iniziative internazionali di qualità – l’ultima è stata l’istituzione dei cosiddetti Caschi Blu della Cultura, fortemente voluti dal governo italiano e guidati delle Nazioni Unite – all’appello mancano anche casi alla Operazione San Gennaro, ma mancano soprattutto fondi, normative omogenee e adeguate a prevenire e reprimere lasciando zone d’ombra che facilitano gli illeciti contro il patrimonio culturale mondiale.

Molto ci sarebbe da dire sulle modalità di (non) conservazione di troppi luoghi della cultura e di tanti beni culturali e artistici.

Sul valore dell’arte molto è stato detto e scritto. C’è chi la ammira, chi la considera un mero prodotto, chi è disinteressato, chi ne fa un lavoro oltre che un passione. Quel che è certo è la mancanza di consapevolezza di ciò che l’arte, in ogni sua forma, rappresenta: il passaggio dell’uomo su questa terra, le sue capacità di creare, vivere e sentire il mondo, espressi in ogni singola opera che, in barba ad ogni falsificazione, è unica e rappresentativa di una identità che si fa cultura. Luisa Di Fabio

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