IL RESPIRO DELLA MONTAGNA, ESCURSIONE NOTTURNA A MONTE AMARO


L’AQUILA – Andare in montagna di notte è come guardare la persona che ami con occhi diversi e scoprire un lato di lei che non conoscevi e rimanerne sorpreso. Al buio la montagna ha un respiro diverso, ogni rumore assume valore, un sussulto, una piccola luce, tutto ha significato per chi la vive. Il bosco di notte è una casa spettrale che se l’attraversi diventa accogliente e sa proteggerti dall’escursione termica e dalle brezze fresche che spirano costantemente.

La notte vuole le sue attenzioni. Di giorno si può camminare distrattamente, persi nei propri pensieri, in notturna gli occhi sono spalancati così come gli altri sensi, pienamente aperti e pronti a carpire quello che la montagna ha da comunicarti. L’adrenalina dello stare a fare qualcosa di nuovo tiene sveglio e chiede il massimo dell’impegno, uno sforzo in parte mitigato dal sole che non picchia e ti ruba energia.

Durante la nostra escursione notturna a Monte Amaro con partenza da fonte di Nunzio, abbiamo anche la luna ad illuminare dolcemente la Majella oltre alle nostre luci frontaline. L’umidità del terreno restituisce decine di odori, di pietra bagnata, di erba viva, di terra ammollata. Fonte dell’Orso segna la fine del bosco e da il benvenuto nell’aspra natura che accompagnerà lungo il cammino.

Una volta giunti alla forchetta della Majella, dopo l’interminabile sforzo di fondo Majella, mitigato soltanto dal buio che non permette di vedere quanto è ancora lontana la cresta, il pianoro di fondo di Femmina Morta appare come un catino. Lo apprezzeremo nella sua grandezza solo al mattino, di ritorno. Poco dopo la valle di Femmina Morta sembra un’immensa valle che tutto risucchia, con le tonalità di scuro che si fondono e segnare la presenza della pietra, della rocca e della terra brulla.

Sull’Altare dello Stincone le luci della costa sono punti cardinali improvvisati e la geografia torna prepotente dal passato nel quale era stata relegata e si trasforma nella materia principale dell’escursione. A quel punto la cima sembra vicina, ma l’illusione si materializza e c’è ancora da sudare. Grotta Canosa porta con sé un nome antico e il ricordo di un tempo andato. Nudo rifugio di pastori per millenni, oggi è talvolta il riparo di escursionisti che cercano un brivido in più nelle loro giornate. Nel pianoro che precede la grotta è un fiorire continuo di stelle alpine, fragili e belle custodi di questo tempio d’alta quota.

Manca poco, la montagna s’impetta, il filo di cresta diventa sentiero fino a quando la vista si apre su un grosso reticolo di luci che nell’allucinazione generale dovuta allo sforzo, paiono quasi la mia Sulmona. Inizio così a vedere posti lontanissimi e sconosciuti: le isole Tremiti, quello pare l’Etna in eruzione e quella l’infinita muraglia cinese o forse l’Africa, Nairobi. Quando rinvengo dal mio shock, mi accorgo che quel formicaio di luci è la conurbazione Chieti-Pescara è a quel punto sento che è davvero fatta.

Pochi metri e la palla aliena e rossa del bivacco Pelino che s’intravede col primo albeggiare diventa il giro di boa della nostra fatica, non l’arrivo badate bene, ma soltanto l’esatta metà delle nostre fatiche. Il rifugio all’interno è al completo, aspettiamo così l’alba all’addiaccio, accovacciati sul lato del Pelino esposto controvento che per fortuna è quello che guarda verso il mare.

L’orizzonte è un succedersi di sfumature di giallo, di rosso e di arancione. In Jugoslavia la vita illuminata è già tornata a scorrere e fra qualche minuto toccherà anche a questa sponda d’Adriatico. È il momento delle foto, quelle che segneranno la stagione escursionistica. La magia della notturna, si mescola alla stanchezza e alla commozione per la bellezza del giorno che nasce.

Quando la palla rossa fa capolino lo stupore è generale, chi dormiva nel rifugio è uscito fuori a godersi questo spettacolo unico di cui siamo il solo pubblico pagante. In pochi minuti il sole emerge impetuoso da quell’Est che ogni giorno vede attraversarlo. Resta giusto il tempo di un panino per recuperare le forze prima di affrontare la discesa.

Ormai l’animo è più leggero e possiamo apprezzare la nostra amata Majella nel quotidiano della luce solare. Saranno soltanto due branchi di camosci, insolitamente nel pianoro fra la sella di Grotta Canosa e Monte Amaro che ruberanno di nuovo il nostro interesse, lasciandoci ancora una volta a bocca aperta come bambini di fronte all’ovetto Kinder.

Siamo rapiti dall’eleganza del Rupicapra pyrenaica ornata, parente del camoscio pirenaico, giunto in Italia con l’ultima glaciazione. La giuria emette il suo verdetto: è lui il signore indiscusso delle rocce d’Appennino.

Qualche ultima foto ed inizia davvero la discesa fra i mille dolori che la fatica e le articolazioni scricchiolanti ci consegnano. Solo i ghiaioni di Fondo Majella ci alleviano la pesantezza del ritorno e sembriamo i bambini alle giostre che sorridono festanti. Fonte dell’Orso è l’ultima sosta prima del rientro, l’acqua sgorga fresca, riempiamo le borracce anche se siamo quasi arrivati perché quello è il souvenir temporaneo del nostro viaggio d’altura.

Alle automobili, sfiniti dal sole che ha preso a picchiare come nelle migliori giornate estive, mentre poggiamo gli zaini e ci slacciamo le scarpe ci sentiamo più leggeri, pensiamo di aver dimenticato qualcosa in montagna, ma è soltanto un pezzo di cuore che abbiamo lasciato dalle parti della cima di Monte Amaro. Savino Monterisi