LA TRADIZIONE CONTADINA DI MONTAGNA SI È FERMATA A CASALE NIBBI, OASI TRA LE ROVINE DI AMATRICE


AMATRICE – Il Casale Nibbi, omonimo nome della frazione di Amatrice (Rieti), uno dei comuni del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, è un’azienda agricola biologica dove è possibile assistere alla tradizione millenaria contadina di montagna.

Amelia e Giuliano Nibi, ormai alla quinta generazione, continuano il lavoro del padre Francesco – uomo esperto e sempre presente nel lavoro di campagna – trasformando le peculiarità di un territorio ricco di biodiversità in prodotti unici, in linea con i tempi e le tecnologie che corrono, come lo stracchino stagionato 20 giorni.

L’unicità del prodotto è riconoscibile dalle forme, realizzate interamente a mano, che risultano lievemente diverse l’una dall’altra, caratteristica artigiana e sintomo di qualità.

Il nome stracchino deriva dal termine, in dialetto lombardo, “stracch”, stanco, indicato per il formaggio che veniva fatto dalle mucche che, appunto, stanche per la transumanza estiva, al ritorno producevano poco latte.

Nella zona di Amatrice, diversamente dall’Abruzzo dove si scendeva a sud nel mare Adriatico, la transumanza avveniva in direzione delle zone tirreniche romane, generando nell’arco di tantissimi anni storici legami e scambi commerciali.

Il latte vaccino intero, elemento essenziale di questo formaggio a pasta molle e di breve stagionatura, è munto dalle mucche del casale che si nutrono dei cereali auto-prodotti in un ciclo virtuoso. Le mucche pezzate rosse e pezzate italiane producono una quantità media di circa 18/20 litri al giorno, numeri molto inferiori rispetto alle dinamiche degli allevamenti intensivi.

Oltre ai formaggi il latte viene utilizzato nella produzione, confezionata in vasetti di vetro, dello yogurt semplicemente realizzato attraverso i fermenti.

Molto genuino e senza addensanti, dove l’acqua in eccesso contenuta nel latte viene eliminata a sfavore della produzione annua – infatti da un litro di latte non corrisponde 1 kg di yogurt, ma una quantità inferiore di prodotto finale – arriva a gratificare le esigenze di gusto e cremosità dei clienti.

Ad arricchire lo yogurt viene aggiunta la frutta del Casale in una combinazione eccellente.

All’esterno delle strutture del Casale, oltre i 1.000 metri di altitudine, negli otto ettari di terreno a disposizione, si trovano circa tremila piante di ciliegio e tantissimi filari di melo che si perdono a vista nel verde circostante incontaminato dei Monti della Laga, lontani da autostrade, ferrovie e aeroporti, regalando dei frutti unici.

La distribuzione viene preferita in maniera diretta ed è possibile trovare i prodotti in loco oppure nelle varie iniziative a cui il Casale partecipa, come dimostra la presenza nello scorso maggio, nella sezione gastronomica, di “Naturale-Salone del Vino Artigianale”, nella cornice del Convento di San Giovanni a Capestrano (L’Aquila), ormai giunto alla settima edizione.

Saltando molti passaggi nel processo di produzione e distribuzione, il Casale, tramite il metodo della filiera corta, riesce a mantenere prezzi a volte in competizione con la grande distribuzione e non ultimo un rapporto di fiducia con il cliente diretto e sincero.

“Si potrebbe fare meglio se solo i rincari del costo della vita a cui si è sottoposti, che rendono ancor più difficile il lavoro delle aziende di modeste produzioni, non fossero cosi alti”, rivela Amelia a Virtù Quotidiane.

“Siamo rimasti in pochi a vivere questi luoghi, oltre ai gravi danni subiti dal terremoto, a volte ho oggettive difficoltà nella reperibilità di forza lavoro, e tra i giovani rimasti”, rivela Amelia, “è difficile trovarne ancora qualcuno interessato alla vita di campagna”.

I motivi sono molteplici, tra i quali il crollo dell’economia agro-pastorale del Novecento, molto radicata in questi luoghi, che ne ha determinato la perdita di funzione sociale, con un fortissimo calo demografico negli ultimi cento anni. Il paesaggio attuale, fortemente ri-naturalizzato dal bosco, con i centri storici in macerie quasi disabitati e gli insediamenti sparsi ridotti a rudere, nonostante la sua grande valenza ambientale ed estetica, è l’indice di un forte processo di deterritorializzazione.

A conclusione dell’intervista Amelia confida i suoi dubbi, domandandosi “come potrà questo territorio, duramente colpito dal terremoto, riuscire a non essere dimenticato? Cosa attrarrà le nuove generazioni a tornare a vivere in montagna?”.

Le domande, che suonano come un grido di allarme, per le zone colpite dal terremoto, dove la ricostruzione stenta a partire – rendendo difficile il problema dell’abitazione – sono di difficile risposta e sottolineano la difficoltà da parte dei residenti ad immaginare un futuro roseo in questi luoghi che rischiano di scomparire. Valerio Epifano

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