L’ACCUSA DEL COSPA: CONTADINI SFRATTATI DAL TIRINO PER IL BUSINESS TURISTICO


OFENA – “I nostri territori, i nostri fiumi, i nostri animali, in pratica tutto ciò che si trova nei territori che adesso chiamano Parco esistono grazie a noi nativi e non a chi, come il cuculo, utilizza il nido della tordella per andare a covare dopo aver cacciato le uova deposte da chi il nido lo ha costruito”.

Usa una metafora il portavoce del Comitato spontaneo degli allevatori Cospa Dino Rossi, per sferrare un attacco a coloro che promuovono il turismo nella Valle del Tirino sfruttando, tra le altre cose, le acque cristalline del fiume, un tempo semi abbandonato e oggi meta ambita da ogni parte d’Italia.

“Assistiamo ad un arrembaggio di questi luoghi di personaggi che non rispettano i nostri principi di conservazione e ne approfittano per rimpinguare le proprie tasche”, accusa Rossi. “Questo accade nel Parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga con l’arrivo di società che usano come loro esclusiva il fiume Tirino, uno dei fiumi più belli, conservato dai contadini del posto che lo hanno curato secondo le esigenze di un tempo e le loro tradizioni”.

“Negli anni 70/80 con il posto fisso e l’abbandono dell’agricoltura, il Tirino era rimasto in abbandono con alberi che sbarravano il passaggio delle acque causando l’allagamento dei terreni limitrofi. Insomma il così tanto rinomato fiume era impraticabile, sia in acqua che sugli argini”, ricorda Rossi.

“Tanto è vero”, fa osservare il portavoce del Cospa, “che la pescicoltura a valle, il secondo allevamento in Europa, un indotto di grandi dimensioni, con l’aiuto di volontari compreso lo scrivente, decise di ripulire a proprie spese tutto il fiume. Nessuno osa immaginare quanto lavoro e rischi sono stati affrontati per la ripulitura di questo fiume, fino a quando nacque il Parco”.

“Da allora non è stato più possibile, anzi un giorno furono sequestrati tutti i mezzi dalla Forestale. Le accuse furono pesanti, dal disturbo della fauna all’inquinamento e chi più ne ha più ne metta. Oggi assistiamo ad un via vai di canoe nelle acque del Trino, sembra che le leggi del Parco siano sparite, ma se un contadino prova a lavorare un pezzo di terra c’è bisogno di un’autorizzazione e se malauguratamente posiziona il cannone per spaventare gli animali dal proprio campo viene denunciato alle autorità competenti”.

“Non dimentichiamo del ristorante La Sorgente, dove si cucinavano i piatti prelibati della zona, trote e gamberi, fatto smantellare dall’Ente Parco. In pratica – prosegue Dino Rossi – le attività che potrebbero creare un indotto e sviluppare l’economia locale, per il Parco sono deleterie”.

“Invece in alta montagna succedono le cose più allucinanti, quando si viene a sapere che bisogna pagare il pedaggio di 5 euro per gli automobilisti che vogliono raggiungere il rifugio di Mussolini, ma quando arriva l’inverno e la vita si fa dura i duri non scendono in campo anzi battono la ritirata, barrano la strada al primo fiocco di neve”.

“Vogliamo sperare che gli incassi vengano utilizzati per lo sgombero della neve al fine di rendere praticabile la montagna anche d’inverno”, dice Dino Rossi. “Se questo è il tanto sbandierato turismo che il Parco vuole, che in pratica impedisce di lavorare ai nativi e sostiene altre attività più invasive, vuol dire che ci stanno sfrattando, non ci rimane che attendere le riserve come i nativi d’America”.

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