MATTEO RAINALDI, L’AGRICOLTORE DI FAGNANO CHE NEL 1904 VENDEVA LO ZAFFERANO AQUILANO NEL MONDO

foto Silvia Rosa

L’AQUILA – Correva l’anno 1904 quando negli Stati Uniti d’America, alla fiera internazionale dell’agricoltura di Saint Louis, veniva conferita la medaglia d’oro ad un agricoltore abruzzese per la qualità dello zafferano prodotto sulle terre della conca aquilana.

Quel signore era l’aquilano Matteo Rainaldi, partito, all’inizio del secolo scorso, dal piccolo borgo di Fagnano, in provincia dell’Aquila, alla volta della contea del Missouri con alcuni campioni di zafferano coltivato sui terreni della zona di Pedicciano dall’impresa agricola di famiglia.

Il premio “gold metal” della fiera, come si legge nell’attestato in bianco e nero, è solo uno dei tanti riconoscimenti ottenuti dal signor Rainaldi nel corso della sua esistenza interamente vocata alla coltivazione e alla vendita dello zafferano nel mondo. Documenti che raccontano una storia affascinante e per molti sconosciuta, quella dello zafferano dell’altipiano, tra le valli dell’Aterno e Subequana, che tra la metà dell’800 e i primi anni del 900, era agli onori del commercio mondiale per l’alto livello qualitativo della pregiata spezia usata a quei tempi per scopi strettamente medicinali.

La corrispondenza tra il produttore di Fagnano e i compratori di zafferano di tutto il mondo, dall’India al Sud America, cominciata dal 1840 fino al 1930 circa, è contenuta negli archivi della Biblioteca provinciale dell’Aquila grazie alla preziosa donazione del nipote Paolo Rossi, custode e testimone, fino al sesto anno di età, dell’attività di suo nonno materno Matteo, tramandata dal suo bisnonno Giuseppe.

“Non ho mai saputo come mio nonno nel 1904 abbia raggiunto l’America ma, aldilà di questa aneddotica, quello che mi preme sottolineare è che a quell’epoca nel mondo esisteva già la cultura dello zafferano. Una diffusione di cui mio nonno era un rappresentante importante” racconta a Virtù Quotidiane Paolo, ingegnere e scrittore di romanzi.

Una testimonianza preziosa che racconta un capitolo importante della storia del territorio aquilano custodita anche nella “corrispondenza molto corposa tra mio nonno e i commercianti di zafferano, non d’Europa ma del mondo, numerosi in India, tanti altri tra l’America e il Sud America, che gli chiedevano lo zafferano usato a quei tempi non per scopi peculiarmente alimentari ma per esigenze medicinali”.

L’industria farmaceutica dell’epoca usava lo zafferano come componente di farmaci “la grande diffusione tra la metà dell’800 e i primi anni del 900 era questa, di conseguenza mio nonno aveva  dei rappresentanti in diversi paesi, il più importante era un certo signor Albini di Milano – ricorda lo scrittore – che teneva i contatti per le vendite con l’estero, per lo più in Europa, Svizzera in particolare e stati orientali”.

Tra le tante lettere “ce n’è una bellissima – rivela il nipote – in cui un commerciante di Praga, dopo aver testato la qualità dello zafferano, chiede a mio nonno se può mandargliene un vagone all’anno”.

Una richiesta “inimmaginabile” considerato che per coltivare e vendere una quantità così cospicua di zafferano, equivalente ad una somma di denaro altrettanto considerevole, non c’erano le condizioni. L’estensione agricola delle terre fagnanesi di Rainaldi non superava i venti ettari, tra la coltivazione della preziosa spezia e il grano, “la produzione di mio nonno era comunque importante, di circa trenta chilogrammi di zafferano l’anno”.

La corrispondenza del signor Rainaldi è contenuta anche nel libro La terra dello zafferano di Vincenzo Battista, edito dall’Amministrazione provinciale dell’Aquila nel 1991.

Nella prefazione del giornalista e bibliotecario Walter Capezzali si legge: “È con sincero compiacimento e con doverosa gratitudine che va dato tra l’altro atto di una importante donazione scaturita, in favore della Biblioteca provinciale, a conclusione della ricerca di Vincenzo Battista: quella del ‘Fondo Rainaldi’, donato dalla famiglia Paolo Rossi di L’Aquila, che costituisce un prezioso archivio di famiglia aquilana lungamente e fortunatamente impegnata, in passato, nel commercio internazionale dello zafferano. La sensibilità che ha caratterizzato il significativo gesto della donazione appare anche segno di fiducia e considerazione per una Istituzione che sente tutt’intero il dovere di garantire conservazione, tutela e valorizzazione di documenti tanto rilevanti”.

“La nostra coltivazione è finita con l’invasione commerciale dello zafferano spagnolo, un prodotto di scarsa qualità che costava molto meno, sia in Italia che nel mondo. La mia famiglia si è ritrovata in difficoltà nelle vendite per il prezzo al ribasso applicato prima dai venditori spagnoli e poi da quelli turchi”.

Lo zafferano della concorrenza, peraltro, era lavorato in modo completamente differente dalla tradizione “nostrana” che vede separare i pistilli rossi dal fiore color lilla, nella famosa, quanto suggestiva, arte della sfioritura. Una pratica manuale e minuziosa che richiede molto tempo e tanta attenzione. Tutta un’altra cosa rispetto alla polverina gialla della concorrenza, ottenuta con la macinazione di tutto il fiore, dai petali ai pistilli, un procedimento sbrigativo che consentiva di abbattere i costi.

“Una polverina che mio nonno definiva una schifezza”, ricorda il nipote mentre ci racconta una storia densa di particolari e aneddoti interessanti.

Il signor Matteo in realtà è stato l’unico di tre figli a seguire le orme del padre e del nonno sui campi di zafferano, uno dei fratelli era capitano bellico di marina, morto durante la guerra in Libia del 1910 mentre curava l’equipaggio dall’epidemia di Beriberi di cui rimase contagiato, l’altro fratello invece era un medico, primario dell’ospedale di Civita Castellana nel Lazio.

Premiato come suo nonno in diverse e importanti occasioni letterarie per i suoi romanzi, Paolo non ha ancora scritto un racconto sulla storia della sua famiglia e soprattutto dello zafferano che grazie a personalità come quella del consanguineo Matteo Rainaldi ha segnato un’epoca virtuosa in cui la ricchezza era rappresentata da quel fiore incantevole con i petali color lilla e i pistilli rossi di nome Crocus.

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