NEL GIORNO DI SANTA CATERINA, DOLCI E TRADIZIONI PER ASPETTARE IL NATALE

foto Leonello Piccinini

L’AQUILA – Zucchero mescolato a cannella in polvere e sparso con generosità sulle ciambelle morbide caldissime di frittura, fatte di farina, burro, patate, zucchero e latte nell’impasto. Uno dei modi più gustosi di festeggiare la ricorrenza del 25 novembre, giorno di Santa Caterina D’Alessandria e inizio della novena di Natale.

Le tradizioni più belle forse sono proprio le meno conosciute che sopravvivono nella memoria dei vecchi, nei ricordi di figli e nipoti fortunati ad aver vissuto profumi, sapori, rituali di un tempo remoto.

Quella del 25 novembre è una ricorrenza che ha radici lontane, si mescola con il martirio della Santa, nei primi anni del secolo 300 d.C. decapitata dopo che la ruota dentata con cui doveva essere straziata si ruppe. La sua colpa fu quella di non essersi piegata ad adorare gli dei pagani dei Romani ma, secondo alcuni studi, la figura di Santa Caterina si confonde e sovrappone a quella di Ipazia, donna istruita e anticonformista, pagana, martirizzata invece da fanatici religiosi.

In Abruzzo, antichi documenti conservati nell’archivio storico del comune di Barisciano (L’Aquila), raccontano dell’importante vendita dello zafferano, la preziosa spezia coltivata nella piana di Navelli, di cui proprio nei giorni dal 23 al 25 novembre si teneva l’asta per fissarne il prezzo per l’anno in corso dopo la raccolta. Ed erano i giorni di una grande fiera (in copertina una foto di fine anni Settanta), erano i giorni in cui i pastori che non prendevano parte alla transumanza scendevano dalle montagne con i bovini e facevano ritorno a valle, l’occasione per comprare sementi e scorte alimentari per l’inverno, commerciare gli animali da cortile e da allevamento. Erano questi i giorni in cui le future spose acquistavano gioielli e abiti per il corredo nuziale e intrecciavano le crolle, con paglia, frumento e segale. Le crolle servivano per reggere in equilibrio le conche di rame e si usavano come merce di scambio : una crolla si barattava con mezzo chilo di fagioli, con il lardo e la farina, o le patate.

Per Barisciano la fiera di Santa Caterina era festa grande, le strade e i vicoli affollati di venditori e gente, l’aria fredda percorsa dal profumo delle caldarroste, del vino nuovo e della porchetta arrosto.

Si legge, in uno scritto datato 27 settembre 1812,  la migliore offerta fatta da tale Angelo Iagnemma che gli permise di aggiudicarsi l’organizzazione della fiera di quell’anno con indicate le tariffe da rispettare “per ogni salma di mela centesimi cinquantadue, per ogni tomolo di carracini o castagne centesimi ventidue, per ogni pesatura di zafferano lira una e centesimi trentadue. Per ogni venditore di vino, o sia locandiere centesimi ottantotto. Per ogni venditore di panni di lana, o di lino centesimi quattro per ogni canna. Per ogni banca di argenteria lira una e centesimi trentadue. Per ogni venditore di zacarelle, e altre piccole merci centesimi ventidue”.

A Pacentro (L’Aquila), borgo fortificato alle pendici del monte Morrone, il giorno di Santa Caterina è il momento delle Allegrezze, un carillon festoso dal campanile della chiesa parrocchiale, dopo che il canto natalizio di “Tu Scendi Dalle Stelle” scritta da Sant’Alfonso Maria De’ Liguori, viene diffuso per tutto il paese da un moderno altoparlante, innovazione tecnologica che risale probabilmente agli anni ’50 del secolo scorso ad opera del vecchio parroco. Le campane a festa hanno sempre fatto sentire la loro voce, anche in tempi più antichi, mentre nelle case si celebra l’inizio della novena di Natale (a Santa Caterina, Natale alla trentina) con abbondanza di dolci, i fritti di patate, e i fritti di ceci, più noti come caggionetti, che qui in paese sono grandi ravioli di pasta dolce ripieni di un goloso impasto di cioccolata, purea di ceci, cannella e uvetta passa e cosparsi anche questi con zucchero e cannella.

A Teramo invece, lungo il corso principale, in un vicolo stretto e quasi nascosto alla vista dei passanti, c’è una piccola chiesetta  di epoca trecentesca e dedicata alla martire di Alessandria D’Egitto, con una storia particolare. Sulla facciata è intarsiata una pietra raffigurante una ruota, simbolo probabilmente del supplizio di Caterina. Qui, nei giorni dal 23 al 25 novembre, il cosiddetto Trivo, i fedeli vengono a far scivolare la mano proprio su questa ruota, invocando l’intercessione della Santa: per le giovani spose è un rito propiziatorio per la fertilità, per gli studenti una richiesta di aiuto e protezione. Santa Caterina era nota per la sua cultura ed eloquenza ed è la patrona dei filosofi, degli studenti e dei pastori.

La chiesa, di proprietà dal 1600 per “Ius Patronato”, della famiglia Bonnici Castelli, è ancora inagibile dopo i danni subiti con gli ultimi devastanti terremoti del centro Italia e per questo lungo periodo è stato impossibile celebrare la ricorrenza nell’unico giorno di apertura. Il progetto di restauro e ristrutturazione è ormai avviato e dovrebbe completarsi entro il 2021.

Anche il Belli, principe dei sonetti romaneschi, ha immortalato, infine, il di’ del 25 novembre in due delle sue poesie, legate a un altro immancabile tassello della tradizione popolare, gli zampognari che dall’Abruzzo scendevano a “sona’ le serenate alle Madonne de Roma”.

I suonatori del particolarissimo strumento che evoca il dio Pan e che è ricavato da un otre di pelle di capretto in cui vengono inserite delle canne, ci portano fino a Moscufo (Pescara) dove da alcuni anni si tiene un raduno per chiamare a raccolta tutti i suonatori per dare inizio al conto alla rovescia fino al Natale.

“E a mmé mme pare che nun zii novena / Si nun zento sonà li piferari. / Co cquel’ annata de cantasilena Che sserve, bbenemio!, sò ttroppi cari. / Quann’ è er giorno de santa Catarina / Che li risento, io ciarinasco ar monno:/ Me pare a mmé dde diventà rreggina” (Giuseppe Gioacchino Belli, La Novena De Natale del 1844).

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