NELL’INDIFFERENZA DELLE ISTITUZIONI CROLLA PRODUZIONE LENTICCHIA SANTO STEFANO


SANTO STEFANO DI SESSANIO – “La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio rischia di sparire. La produzione quest’anno è calata del 50 per cento, un disastro di cui nessuno si preoccupa”.

È un grido di dolore quello che arriva da Ettore Ciarrocca, presidente dell’associazione Produttori della lenticchia di Santo Stefano di Sessanio e rappresentante di un territorio che denuncia l’indifferenza totale di enti e istituzioni, a partire “dalla politica miope del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga” verso il problema dei cinghiali presenti a centinaia intorno ai campi di lenticchie.

“I cinghiali, il cui numero è aumentato significativamente nell’ultima stagione, hanno distrutto tutte le colture che abbiamo a Santo Stefano, grano, fagioli, patate, lenticchie – racconta il produttore a Virtù Quotidiane – Il danno più ingente è quello alla produzione di lenticchie, già in discesa di anno in anno. Non è facile continuare a fare questo mestiere e vedersi distrutto ogni volta il frutto di un lavoro impegnativo e al contempo appassionante. È come vedersi prosciugare il conto in banca”.

I cinghiali, arrivati anche nelle zone abitate del borgo, vanno ad abbeverarsi nelle fonti d’acqua di Santo Stefano perché “nelle aree limitrofe al borgo, quelle fuori dall’area Parco, l’ente provinciale ha autorizzato gli abbattimenti selettivi mentre l’ente Parco nazionale ha invece recintato il lago di Racollo”.

Una situazione questa che favorisce la presenza massiva degli ungulati nel borgo tra i più belli d’Italia, con un risultato disastroso e danni irreparabili, oltre al problema della sicurezza visto che i cinghiali arrivano addirittura fino agli ingressi dei ristoranti.

Una delle economie più importanti e caratteristiche del territorio rischia così un implacabile declino. Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, il borgo tra i più virtuosi e frequentati del Parco nazionale del Gran Sasso, rappresentano la tradizione e l’identità del territorio, un prodotto tipico che va ben oltre il presidio Slow Food.

Non si tratta di una lenticchia qualsiasi ma di un biotipo preciso che in questa zona è andato selezionandosi da tempi immemori. Basti pensare che le coltivazioni di legumi, e in particolare di lenticchie, in questa porzione dell’Aquilano sono già citate in documenti monastici dell’anno 998.

“Nessuno interviene, nessuno si preoccupa della situazione. Noi produttori stiamo perdendo la possibilità di coltivare – rileva con amarezza Ettore – l’agricoltura è l’unica attività di sussistenza per un borgo come Santo Stefano. A farne le spese è anche il turismo, settore strettamente collegato all’agricoltura del prodotto tipico, il valore del territorio, la popolarità del borgo”.

“Tutti gli enti hanno responsabilità dirette – accusa l’agricoltore – dal Comune alla Regione, il Parco al di sopra di tutti, ma anche i patronati come Coldiretti e la politica, incapace di ascoltare i problemi reali e avulsa dal territorio. Nessuno prende una posizione e il borgo è completamente abbandonato a sé stesso. Ogni rinvio di riunione è un raccolto perso – ribadisce – Come la riunione della Comunità del Parco, rinviata per neve l’inverno scorso, la stessa neve che abbiamo provveduto noi residenti a rimuovere. Un paradosso”.

Sullo stesso argomento è intervenuto un attivista dell’associazione Save Gran Sasso, Fausto Tatone, componente dell’associazione Progetto Montagna, che dopo uno sfogo su Facebook in cui ha puntato l’indice contro “I soliti balzelli di una legge applicata male e vissuta peggio da chi è demandato al suo rispetto, hanno fatto un altro disastro”, ascoltato da questo giornale ha offerto un’interessante osservazione: “Oltre al piano di contenimento dei cinghiali – dice – era stata proposta una filiera corta per la produzione di carne di cinghiale con l’avvicinamento in zona dei macchinari per la lavorazione della carne. Sul sito del Parco era addirittura presente un bando. Purtroppo inciampiamo sempre in queste contraddizioni. Si potrebbe fare del cinghiale una seconda ricchezza, e invece qui si rischia che cinghiali e lenticchie muoiano entrambi”.