TESTO UNICO DEL VINO AL DEBUTTO, MA PER I PRODUTTORI È SOLO UN GRANDE BLUFF


L’AQUILA – Dalla salvaguardia dei vigneti storici alle regole per la denominazione di origine geografica, dallo snellimento della burocrazia fino al contrasto dei fenomeni di contraffazione del prodotto, il Testo unico del vino avrebbe dovuto riscrivere la “Bibbia” della viticoltura. Alla vigilia della prima vendemmia post-riforma, invece, quella che doveva essere una rivoluzione per il mondo dei viticoltori in materia di produzione e commercio del vino, sembra essere un nulla di fatto che ha finito per complicare la vita dei produttori.

L’enologo Nicola Dragani, componente della commissione nazionale leggi e regolamenti di Assoenologi, consigliere nazionale e presidente della Sezione Abruzzo e Molise dell’associazione di categoria dei tecnici vitivinicoli più antica al mondo, parla senza mezzi termini di un “bluff”.

Divenuto ufficialmente legge a dicembre dello scorso anno (n.238, 12 dicembre 2016), il Testo unico implica non solo una colossale mole di lavoro extra per gli adeguamenti alla burocrazia telematica, ma anche una spesa notevole per le aziende vinicole che hanno dovuto adeguare i sistemi informatici nell’ambito di una stagione non certo facile a causa delle difficoltà provocate da maltempo, grandinate straordinarie, siccità e l’annosa questione dei cinghiali.

“Un copia e incolla di tre leggi – spiega Dragani a Virtù Quotidiane – la n.61 del 2010, la n.82 del 2006 e quella del sistema sanzionatorio, la n.260 del 2000. Di fatto l’unica semplificazione è stata quelle di avere un testo unico che ne racchiudesse tre pressoché invariate, ma nel merito – argomenta l’enologo – tutto è rimasto come prima, senza nessun beneficio per la categoria. Tanto è vero che devono uscire addirittura 26 decreti di attuazione per rendere il Testo unico applicabile in tutti i suoi articoli”.

Al suo interno è prevista anche la dematerializzazione dei registri delle uve, solo per fare un esempio. Il regolamento della Cee (n.436 del 2009, art.38 comma 1) dice che i registri possono essere tenuti in tre forme – cartacea, telematica o meccanografica – una forma che dunque sceglie liberamente il produttore.

“Un’invenzione del nostro Ministero – accusa il presidente di Assoenologi – Anche questa dei registri delle uve è passata come un’imposizione arrivata direttamente da Bruxelles ma in realtà è stato solo il Ministero dell’Agricoltura ad imporre un adeguamento telematico che, tra software e formazione, è costato alle tasche dei produttori vinicoli dai 5 mila, per le aziende più piccole, agli oltre 50 mila euro per le aziende più grandi”.

“Un fatto tutto italiano – rileva Dragani – Spagna, Francia, Austria e Germania non hanno infatti apportato modifiche. Tra l’altro, a quindici giorni dalla vendemmia, ancora non funziona nulla. Il programma è talmente complesso anche per un’infinità di dati da immettere, che il rischio è quello di non aggregarli affatto. Il risultato è un ‘error’ generale per l’intero sistema.”

L’enologo è stato anche relatore del Testo unico in qualità di componente, a livello nazionale, della Commissione leggi e regolamenti di Assoenologi.

“Alla commissione era stato dato il compito di revisionare le tre leggi in vigore. Abbiamo lavorato molto affinché si semplificassero, per poi riunirli, i tre decreti in vigore. Purtroppo non ci sono semplificazioni e vantaggi per nessuno”.