I GINZBURG E L’INSCINDIBILE LEGAME CON PIZZOLI A TRENT’ANNI DALLA SCOMPARSA DI NATALIA


PIZZOLI – Sono legami inscindibili, che pure si allentano ma comunque restano pronti a rinsaldarsi non appena torna un ricordo, una ricorrenza, oppure spunta una lettera conservata per anni: così è il legame tra Pizzoli e Natalia Ginzburg, il cui trentennale della scomparsa ricorre proprio oggi, 8 ottobre.

Legame più volte descritto nei suoi libri come sincero, profondo, umano e salvifico, data la situazione degli internati nei piccoli paesi italiani e i continui rastrellamenti dei tedeschi tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44.

“Partii dal paese il primo novembre. Avevo avuto da Leone (Ginzburg, ndr) una lettera, portatami a mano da una persona venuta da Roma, in cui mi diceva di lasciare il paese immediatamente, perché là era difficile nascondersi e i tedeschi ci avrebbero individuato e portato via. […] Mi venne in aiuto la gente del paese. Si concertarono fra loro e mi aiutarono tutti.” Così Natalia in Lessico Familiare (Einaudi, 1963).

Natalia, suo marito Leone e i due figli Carlo e Andrea vissero in confino a Pizzoli dal 1940 al 1943. Erano internati perché ebrei, perché oppositori politici del regime fascista. A Pizzoli, inoltre, nacque la terzogenita, Alessandra, e la scrittrice compose il suo primo romanzo La strada che va in città, pubblicato sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte.

“Mia madre, quando io e Leone vivevamo in Abruzzo, al confino, le piaceva molto venire a trovarci. Andava anche a trovare Alberto (fratello di Natalia, ndr), che era andato poco lontano, a Rocca di Mezzo; e confrontava un paese con l’altro […].”

Ma la vita al confino era dura, sia per le condizioni aggravate dalla guerra che gli internati trovavano nei paesi dell’entroterra, sia per il rischio di ritorsioni e di violenze che potevano subire da parte dei nazisti e dei fascisti.

“Gli internati erano molti, e ce n’erano di ricchi e di poverissimi: e i ricchi mangiavano meglio, comperavano farina e pane alla borsa nera, ma a parte il mangiare, facevano la stessa vita dei poveri, sedendo a volte nella cucina o sulla terrazza dell’albergo, a volte nella bottega di Ciancaglini, che era un merciaio”.

L’unica consolazione erano i rapporti umani, l’amicizia nata vicino al focolare in inverno, la solidarietà che spontanea nasceva tra esseri umani anche a rischio della propria vita.

“La proprietaria dell’albergo, che aveva i tedeschi accampati nelle poche stanze e seduti in cucina attorno al fuoco, là dove tante volte eravamo stati seduti noi quietamente, raccontò a quei soldati che ero una sfollata di Napoli, sua parente, che avevo perduto le carte nei bombardamenti e che dovevo raggiungere Roma. Camion tedeschi andavano a Roma ogni giorno. Così salii su uno di quei camion una mattina, e la gente venne a baciare i miei bambini che aveva visto crescere, e ci si disse addio”.

Non è finito, però, quel legame con la fine della guerra e del Fascismo, è continuato oltre le generazioni proseguendo ancor oggi, a trent’anni dall’ultimo respiro.

Pizzoli, infatti, ha dedicato ai Ginzburg la sua biblioteca comunale, dove conserva quasi tremila volumi appartenuti a Natalia e donati dalla famiglia nel 2016. Biblioteca che proprio in questi mesi di chiusura forzata a causa del Covid-19 sta strutturando un percorso per tornare a donarsi alla comunità ancor più attiva e propositiva.

E poi c’è la casa in cui la famiglia visse, niente più che tre stanze vicine alla Piazza del Municipio, ma cariche ancora del calore semplice descritto da Natalia; casa che attende di essere ristrutturata dopo il terremoto, ma che speriamo un giorno possa trovare nuova e pubblica destinazione.

Era un esilio il nostro: la nostra città era lontana e lontani erano i libri, gli amici, le vicende varie e mutevoli di una vera esistenza. Accendevamo la nostra stufa verde, col lungo tubo che attraversava il soffitto: ci si riuniva tutti nella stanza dove c’era la stufa, e lì si cucinava e si mangiava, mio marito scriveva al grande tavolo ovale, i bambini cospargevano di giocattoli il pavimento. Sul soffitto della stanza era dipinta un’aquila: e io guardavo l’aquila e pensavo che quello era l’esilio” (Le piccole Virtù – Einaudi, 1962).

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