ROCCA CALASCIO E LADYHAWKE, GLI ANEDDOTI DAL SET DELLA STRAORDINARIA FAVOLA FANTASY

L’AQUILA – Questa straordinaria favola fantasy forse pari solo a La storia infinita per originalità e intensità del racconto, fu diretta nel 1986 dallo statunitense Richard Donner, famoso per aver curato la regia, nel 1978, del kolossal Superman, con Marlon Brando, Gene Hackman e Christopher Lee: stavolta come protagonisti di una particolarissima fiaba d’azione volle come attori la stupenda Michele Pfeiffer, il glaciale Rutger Hauer che da poco aveva recitato nel ruolo del replicante Roy in Blade Runner, e la giovane promessa Matthew Broderick, che si era fatto notare pochi anni prima nel profetico Wargames-giochi di guerra.

Originariamente la sceneggiatura di Ladyhawke era stata scritta per essere ambientata nell’est europeo, molti sopralluoghi erano infatti stati fatti in paesi come l’allora Jugoslavia, la Romania, la Cecoslovacchia, e durante quei lunghi viaggi in macchina Richard Donner ricorda come assieme ai produttori ascoltassero continuamente la musica degli Alan Parson Project, e per questo si decise di affidargli, in particolare ad Andrew Powell, la scrittura della colonna sonora, che poi alla fine risultò splendida e rivoluzionaria.

Mai nessuno fino ad allora aveva infatti osato affiancare una musica rock suonata con i sintetizzatori ad una ambientazione medioevale.

Poi il film fu girato in Italia, nonostante molti luoghi e personaggi della vicenda abbiano nomi francesi: Rocca Calascio fu parzialmente modificata per trasformarla nell’antro del mago Imperius, con l’aggiunta di corone e merlature in vetroresina e di statue posticce in polistirolo, tra cui il mascherone che si vede quando Michelle Pfeiffer sta per precipitare nel vuoto.

Ovviamente ad attendere la bellissima attrice, anzi la sua controfigura, c’erano dei materassi predisposti lungo la base della torre, camuffati con ampio uso di posticci di legno e di molti stracci dipinti.

Alla fine del film ci furono anche polemiche perché qualcuno parlò di alcuni danni provocati alla struttura originaria, dovuti ai ganci collocati per ancorare i posticci.

Pur potendo vantare la presenza di un notevole cast, la produzione non fu tra le più grandi viste nei nostri luoghi, dal momento che per sfarzo e presenza di mezzi e comparse il record appartiene al film King David.

Fu comunque importante il numero di animali utilizzati sul set, soprattutto cavalli, tra cui otto addestrati provenienti dall’Olanda, quattro andalusi e quattro frisoni, con lo stunt romano Sergio Casadei chiamato a organizzare il loro lavoro sul set.

Sarà proprio il bravo Sergio a entrare tenendo Golia al trotto nella commovente scena finale della chiesa impersonificando, con l’elmo abbassato, Rudger Hauer: il cavallo utilizzato era una star, abituata alle luci del cinema e alle maestranze, si chiamava Otello.

In realtà per quella scena non fu possibile girare all’interno della chiesa di San Pietro a Tuscania, interno che fu ricostruito identico a Cinecittà, perché gli zoccoli dei cavalli avrebbero provocato danni al pavimento e perché il grande direttore della fotografia Vittorio Storaro aveva bisogno di molto spazio per mettere le sue splendide luci color arancio, come si può notare soprattutto nel particolare illuminato della lama della spada che si conficca nel corpo del vescovo.

Anni dopo ebbi la fortuna di lavorare assieme al grande maestro Storaro in un cortometraggio dedicato a Buccio da Ranallo, e all’interno della Basilica di Collemaggio ricordo che per le luci ci si ispirò proprio a quelle usate nella famosa scena di Ladyhawke.

Nel film l’elmo da combattimento del capitano Navarre era poi stato concepito per lasciar vedere gli occhi solo da vicino, disegnato dalla bravissima costumista Nanà Cecchi, che ho avuto il privilegio di avere come mia insegnante all’Accademia dell’Immagine: pochi sanno che nel film Nanà è presente anche come attrice, è la danzatrice moglie del vescovo che danza nel cortile della residenza del malvagio prelato.

Oltre ai cavalli sul set fu utilizzato un lupo nero addestrato, e soprattutto un rapace, che nel film risulta ovviamente essere un falco ma che in realtà era una poiana codarossa: si chiamava “Little Pasta” e la sua è una triste storia, perché rimase uccisa, per errore, durante le riprese del film, probabilmente nella drammatica scena in cui il falco viene colpito da una freccia, tra l’altro girata nella stupenda Piana di Campo Imperatore.

Tutti sul set si erano affezionati alla simpatica poiana, che era considerata la mascotte della troupe: la sua scomparsa rappresentò un grande dolore, al punto che il regista e la produzione decisero, cosa poco nota, di dedicargli il film, che infatti si chiude con la scritta “In loving memory of Little Pasta”.

*critico cinematografico

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