VUSCICHÈ, CON IL RECUPERO DEI TESSUTI ABBANDONATI ABRUZZESI LA MODA È CIRCOLARE


ROSETO DEGLI ABRUZZI – C’è la tipica coperta abruzzese. Ci sono le tele tessute a mano. I damaschi. Gli arazzi. Ogni tessuto scelto appartiene a un bagaglio culturale da recuperare, dando vita a una collezione che è tradizione, storia, ma anche sostenibilità. Ovvero, “salvaguardia dei valori”, per utilizzare le parole della creatrice.

Lei è Diana Eugeni, 53enne di origini aquilane, ormai residente stabilmente in un casolare nella zona di Montepagano, a Roseto degli Abruzzi (Teramo), ma cittadina del mondo. Il suo brand tessile si chiama Vuscichè, (dal dialetto Vucica – rimescola), “progetto internazionale – racconta a Virtù Quotidiane – che porta un messaggio di salvaguardia dei tessuti locali e della trasformazione di materie prime locali (che sarebbero pronte per andare in discarica) in capi di abbigliamento e accessori”.

Diana, sposata con Robert e mamma di Anyi, 20 anni, Michael, 18 e Angelica 17, è una indie designer. Sin dagli studi in Architettura, tra Firenze, Londra e Pescara, Diana si è subito avvicinata all’arte e alla moda. In quest’ultimo settore è stata prima art director per poi piano piano avvicinarsi allo styling “diventando una figura a 360 gradi di consulenza in diversi settori del brand moda. Non mi sento una stilista – confessa -. Quello che mi distingue è l’amore immisurabile per la ricerca e lo sviluppo”.

I primi passi nel design, in effetti Diana li compie nei complementi d’arredo e ogni giorno nelle sue creazioni inserisce tanto la sua mente architettonica. “Per me una persona vive l’abito, abita l’abito. Un vestito è come una struttura che fa parte di te, come se fosse un prosieguo della tua casa che ti porti dietro. Ho bisogno che i vestiti siano di una forma che possa favorire tutti i tipi di movimento, anche se da sera; i tessuti devono poter essere lavati a mano, piuttosto che in lavatrice. Ci sono degli elementi di cui mi innamoro che non fanno parte del bagaglio standard dello stilista”.

Certamente di standard Diana e le sue collezioni non hanno nulla. Pur continuando l’attività di consulenza per vari brand, dal 2019, ha deciso di assecondare “l’esigenza personale di riavvicinarmi al territorio e fare qualcosa per la mia regione”, e ha creato Vuscichè, di cui disegna e produce a mano ogni modello.

Questo brand super local, al momento, è composto di due collezioni. La prima, estiva, si chiama Extinction e parte proprio dal recupero dei tessuti inutilizzati della tradizione abruzzese. La seconda, che verrà lanciata a febbraio, quella invernale “si chiama Seconda Persona – anticipa la designer – e racconta sia dei tessuti abbandonati, ma punta a creare un unico capo che può essere indossato sia da un uomo che da una donna. Non parlerei di Unisex ma di un prodotto fluido che si adatta a tutti i tipi di corpo”.

Al momento presente sui social, e in un negozio di Giulianova, il sogno di Diana è quello di portare pochi capi in quattro negozi, sceltissimi, sparsi tra New York, Copenaghen e Londra. “Non credo che la moda sia democratica e io mi rivolgo a chi ama la ricerca o chi è già dentro il settore”.

“Vusciché è anche l’esempio di un lavoro più grande che sto facendo: di creare una filiera di moda circolare qui in Abruzzo – continua Diana – . Bellezza, creatività, eleganza e originalità, valori della moda, sono stati considerati antitetici a quelli della sostenibilità e del rispetto dell’ambiente. Oggi il confine che li separava è stato oltrepassato. Il mio brand promuove una estetica che avvicini l’uomo alla natura, utilizzando lo spreco e lo scarto come risorsa primaria, la diversità come plus produttivo. Un ritorno sotto i riflettori dei materiali, la base indispensabile su cui i designer esprimono la creatività che resta il primo motore della moda, ma anche dei tessuti abbandonati (www.wastemark.it). Con i materiali si rivaluta l’importanza delle filiere di produzione, dai filati ai tessuti, dai finissaggi che nobilitano i materiali alla manifattura dei capi e degli accessori”.

“Io creo oggetti di lusso, fatti a mano, biologicamente sostenibili, attenta alle persone e al movimento, al mantenimento del capo dopo l’acquisto – spiega -. Il riciclo è una fonte di approvvigionamento di materiale, che poi deve essere lavorato in piccole serie, solo quando richiesto dai clienti. È un cambio di stile di vita. Un riavvicinamento alla natura, all’umanità e al rapporto più intimo con il consumatore. L’Abruzzo, terra di fasonisti, ha un’occasione unica: re-inventare una filiera ad economia circolare per la moda dove ci sia il rispetto etico dei maestri artigiani e del pianeta”, conclude la designer.

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