GENERAZIONE ESTIVA: GLI SPAZI INCONSAPEVOLI DI ARTE E CULTURA


L’AQUILA – Abbiamo scritto di quanto sia vitale alimentare un dibattito culturale sano e vibrante in città; abbiamo visto quanto sia importante avere un’idea di città; abbiamo compreso perché la città non inizia e non finisce dentro le mura storiche, ma è molto molto di più; abbiamo dimostrato che a tenere insieme tutto ciò sia una solida capacità di programmazione e pianificazione. Abbiamo pure discusso sull’elemento cardine di qualsiasi piano: la sua matrice è lo spazio pubblico che costituendo una rete diventa l’armatura urbana della città pubblica.

A questo punto non ci resta che fare qualche considerazione, magari sulle trasformazioni estive della città. Non è di per sé un fatto inedito che la città, o meglio sarebbe dire il sistema dei suoi spazi pubblici, cambi al volgere delle stagioni. È un cambiamento spesso progressivo e graduale, come un chiaro scuro al quale sembriamo esserci quasi assuefatti.

Eppure gli effetti di questi cambiamenti stagionali sono spesso dirompenti. Proviamo a guardarne qualcuno da vicino e a raccoglierne il portato. Siamo all’Aquila, e questo è chiaro: prendiamo ad esempi la Villa Comunale; il Corso principale e Piazza Duomo; la scalinata di San Bernardino; il Parco del Castello.

Potremmo continuare e andarne a cercare qualcuno nella periferia e nei centri storici minori, ma non abbiamo rinvenuto neanche un cambiamento. E pure questo è un dato. Facciamoci una passeggiata e proviamo ad attraversarli uno a uno.

Nel primo spazio la Villa Comunale: sono bastati pochi tavoli, sedie e secchi di carta posti attorno al vecchio chiosco, qualche filo di luci e una nuova gelateria per rigenerare un luogo. Certamente la trasformazione architettonica ed urbanistica che ha aperto l’Emiciclo alla città intera ha finalmente trovato la scintilla che aspettava da tempo. Anche qui la dimensione pubblica prevalente è senza dubbio quella ambientale e sociale.

Sul Corso, la Piazza e il sistema di spazi immediatamente orbitanti vince a mani basse l’isola pedonale. E finalmente anche. Certo, la mancanza di visione di centro storico e l’assenza di programmazione hanno reso il servizio immediatamente indigesto e incomprensibile: il punto non è litigare su quanti metri o centimetri di viabilità e parcheggi lasciare o in che orari. A me sembra di vedere lo stesso problema, di metodo, che abbiamo avuto con la riperimetrazione del Parco Sirente-Velino. Anziché ragionare su come rendere migliore la qualità della vita e dei servizi, discutiamo su un confine: chi lo vuole tirare da un alto e chi da un altro, perdendo di vista il significato ed il senso dello spazio al di qua e al di là di quel confine. Ma se la coperta è sempre troppo corta, allora cambiamo coperta, cambiamo punto di vista. Ebbene in questo sistema di spazi pubblici, la dimensione che tocchiamo è anzitutto quella storica, poi direi anche quella funzionale.

Arriviamo così sul sistema di spazi costituito da Piazza Pischedda, strada e scalinata di San Bernardino. Finalmente si percepisce un senso inedito, inatteso ed effimero dello spazio pubblico dedicato all’arte. Verrebbe da pensare che quando ad occuparsi della città ci si mettono le competenze e la professione, il risultato non può che lasciare soddisfatti. La scalinata rappresenta in questo momento la dimensione della cura e della percezione del paesaggio urbano, di cui tutta la comunità può utilmente beneficiare.

Infine, abbiamo il Parco del Castello, dove si sono svolte differenti e diverse iniziative culturali, politiche, sociali: assemblee pubbliche, convegni e concerti, il primo Pride del Capoluogo. Quotidianamente il Parco è attraversato a ogni ora del giorno da donne e uomini di ogni età, con o senza pet al fianco, facendo sport o passeggiando, lungo il circuito o sul perimetro del fossato. Abbiamo un paio di dimensioni da considerare: quella ambientale-ecologica e quella socio-politica.

Quattro spazi, differenti dimensioni, una sintesi: programmare sempre, anche la temporaneità e la multifunzionalità; creare le condizioni affinché l’inatteso possa trovare nuove strade per uscir fuori e sorprendere, fare scuola e magari mostrare che un modo diverso di usare gli spazi e valorizzarne il portato è possibile. Con buona pace dell’improvvisazione, della fretta e del pret-a-portrait. Quirino Crosta

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