LE CITTÀ NECESSITANO DI UN’URBANISTICA “SOCIALMENTE UTILE” E DI URBANISTI CON UNA VISIONE INNOVATIVA


L’AQUILA – Renzo Piano, nel racconto-intervista “La responsabilità dell’architetto”, definisce la città come “una stupenda emozione dell’uomo. La città è un’invenzione, anzi: è l’invenzione dell’uomo”. Chi si occupa di progettare una città è un tecnico: l’urbanista.

In questo periodo storico particolare è sempre più forte la domanda di programmazione e di pianificazione di futuro. Il Piano è strumento, non solo delle discipline economiche, ma anche della disciplina urbanistica e se tutti sentiamo parlare poco di essa, forse è perché abbiamo dimenticato cosa significhi essere urbanisti.

Ma cos’è oggi l’urbanistica e cosa significa allora essere urbanista?

Una delle definizioni più vere di questo ruolo è quella di Gianluigi Nigro, famoso urbanista di origini abruzzesi, che nel 2008 lo definiva come quello di “un tecnico che comprende la valenza politica dei contenuti urbanistici e la valenza tecnica delle istanze politiche, che offre soluzioni tecniche, anche alternative, alle decisioni politiche, secondo un codice deontologico; […] il mestiere dell’urbanistica è un mestiere di grande valenza civile: una città fatta bene è grande segno di civiltà, contribuire a far bene una città richiede un grande impegno civile” (Bianchi, 2018 – Urbanistica Informazioni n.243). Un impegno civile che nel tempo sembra essersi un poco perso, o forse è diverso il ruolo che, ingiustamente, la società e soprattutto la politica, danno oggi all’urbanistica e agli urbanisti.

Troppo spesso oggi, invece, chi pratica questa disciplina non ha un adeguato bagaglio culturale utile per affrontare le sfide poste da un mondo in costante cambiamento. Nel 2020, infatti, essere urbanista è una gran bella sfida perché, al contrario di quello che si pensa, vuol dire “comporre una città arcipelago in un’ottica resiliente” (Patrizia GabelliniLe mutazioni dell’urbanistica. Principi, tecniche, competenze).

Nel nostro millennio, quindi, essere urbanista non dovrebbe limitarsi all’applicazione della zonizzazione prevista da una legge di 78 anni fa (L.1150/1942 – Legge Fondamentale dell’Urbanistica) e all’applicazione sterile di norme e di procedure, non dovrebbe corrispondere alla mera elaborazione di un piano regolatore e delle Norme Tecniche di Attuazione secondo le volontà politiche. La valenza dovrebbe essere molto più profonda: l’urbanista come portatore di una visione di sviluppo sostenibile di un territorio, di una città, di un borgo. Una visione che può sostanziarsi solo se si modificano anche le condizioni al contorno: ovvero se anche le politiche pubbliche diventano capaci di sostenere approcci e metodi innovativi e sperimentali di programmazione e pianificazione.

In questa fase storica di profondi e necessari cambiamenti progettare lo sviluppo sostenibile di una città significa per forza di cose confrontarsi con i temi della città post-covid, del consumo di suolo, del recupero degli immobili dismessi, della riorganizzazione ecologica ed ecosistemica dei territori, della mitigazione dei rischi, del climate change, dell’integrazione sociale, del turismo lento e consapevole, dell’accessibilità, della rigenerazione urbana, della messa in sicurezza del patrimonio costruito.

L’urbanistica è quindi sì, una disciplina scientifica, ma è al contempo, come ci ricorda Silvia Viviani, una disciplina “socialmente utile”.

D’altronde, già nel 1956, Bruno Zevi, durante il VI Congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica definiva l’urbanistica come “un’attività prima che tecnica, morale, che esige una precisa forza psicologica: quella di non stancarsi mai”. Mai. Luana Di Lodovico

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