LA FAVOLA DI IBRAHIM: DAL GAMBIA A L’AQUILA PER COLTIVARE FARRO E FARE PASTA SOLIDALE


L’AQUILA – La guerra civile, la morte dei genitori, l’esodo lungo e travagliato verso l’ignoto, la sete nel deserto, le violenze, lo sfruttamento, la paura del mare, l’arrivo in Italia in gommone, l’accoglienza, la coltivazione del farro e la pasta solidale, il riscatto.

Tutte queste vicissitudini hanno in comune un solo protagonista, di appena 24 anni, Ibrahim Khalil Faye, nato in Gambia, una regione dell’Africa occidentale, tra le più piccole del continente, oppressa da oltre un ventennio di regime e in stato di emergenza per la violenta repressione civile.

Oggi Ibrahim vive e lavora a L’Aquila, grazie al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) gestito dall’Arci, l’associazione di promozione sociale impegnata da anni sui temi della pace, della cultura, dei diritti e della cittadinanza attiva.

Grazie agli operatori dell’Arci, Ibrahim ha conseguito un diploma, ha imparato la lingua italiana e soprattutto ha realizzato un piccolo grande sogno: aprire una ditta individuale per la coltivazione di grani antichi che si chiama “Gioia della natura”. Con il farro, che coltiva personalmente in un appezzamento agricolo del comune di Barisciano (L’Aquila), ha prodotto quattro tipi di pasta integrale, tagliatelle, truciolotti, fusilli e sagne, trafilata in bronzo e con essiccazione lenta a bassa temperatura.

La pasta solidale di Ibrahim è in vendita presso la sede del circolo Arci Querencia di Piazza d’Arti. Un prodotto che, oltre ad essere di ottima qualità, ha tutto il sapore delle tradizioni di due terre che si incontrano, Guinea e Abruzzo, nel nome dell’integrazione quale diritto universale sacrosanto in un mondo che vive una pericolosa deriva xenofoba in fatto di diritti umani e accoglienza.

Un sapore che acquista ancora più valore ripercorrendo la storia di Ibrahim, a partire dal suo paese d’origine fino all’arrivo in Italia, con un barcone partito dalla Libia, in piena notte, quando quel gommone carico di uomini, donne e bambini, oltre cento disperati, sembrava l’unica via di fuga verso un mondo migliore.

“Non sono stato coraggioso, è che non avevo scelta”, racconta a Virtù Quotidiane Ibrahim, arrivato in Italia nel 2016.

Andiamo però a ritroso. A quella latitudine la vita non è facile, dopo la morte dei genitori e con la guerra civile alle porte, Ibrahim, all’età di appena 19 anni, lascia la Guinea per andare in Senegal, paese confinante dove spera di trovare un lavoro ma la ricerca non è affatto facile.

“Dopo due mesi un amico mi ha consigliato di lasciare il Senegal per raggiungere la Libia”, ricorda, “dove si diceva ci fossero molte possibilità di lavorare perché dopo la guerra molti edifici erano in ricostruzione e c’era quindi bisogno di operai”.

Così, a bordo di un autobus di fortuna prima e di un fuoristrada poi, passando per Mali, Burkina Faso e Nigeria, Ibrahim attraversa anche il deserto del Sahara, dove le temperature arrivano fino a 50 gradi.

“Sono tante le persone che muoiono nel deserto” dice ricordando quel viaggio durato una settimana con “trenta persone dentro una macchina, è stato difficile, per il caldo e per l’acqua finita prima di arrivare ma per fortuna io ce l’ho fatta e sono riuscito ad arrivare in Libia”.

Con occhi carichi di speranza e il cuore già saturo di dolore, quel ragazzo già uomo, solo e senza più niente, in Libia trova però un altro inferno. Trattato come uno schiavo per un lavoro non retribuito nelle campagne, maltrattato e frustato a sangue –  sì, frustate vere – da parte di aguzzini senza pietà che sfruttano la condizione dei migranti.

“La Libia non era quel che mi avevano detto, quando arrivi lì non puoi più tornare indietro – rivela – . Sono rimasto otto mesi, lavoravo nei campi, raccoglievo pomodori ma venivo trattato come uno schiavo, frustato, malmenato, con pochissimo cibo a disposizione”.

A quel punto la fuga, insieme ad altri due ragazzi come lui, due i giorni di cammino, senza scarpe, nelle zone aride della costiera libica e poi l’incontro, in un villaggio, con “persone buone che ci hanno aiutato, prima dandoci del cibo e poi trovandoci una barca per l’Italia, anche se io all’Italia non avevo mai pensato”.

Parole dirompenti che graffiano l’anima di chi è abituato al benessere occidentale, che dovrebbero far riflettere chi giudica senza sapere, chi non è capace di provare empatia, chi strumentalizza politicamente la geografia dei flussi migratori, chi, semplicemente, vive di diffidenza, per non dire odio, verso altre culture.

Ibrahim arriva così in Italia, sul gommone, nel mare di Sicilia dove finalmente una vedetta della Guardia di Finanza accompagna tutto il gruppo in un centro di accoglienza. Prima Castel di Sangro, poi Sulmona e infine, ottenuto il certificato di protezione internazionale, a L’Aquila.

“In Gambia la mia famiglia coltivava riso, per questo ho deciso di fare l’agricoltore e di coltivare il farro, dopo una ricerca sui cereali antichi e sulle loro proprietà nutrizionali. Mi piacerebbe un domani allargare l’impresa e produrre tanta più pasta” dice, mentre ci mostra sorridente i diversi formati, una gioia ritrovata, la Gioia della natura, il nome dell’impresa e di questa storia a lieto fine, nonostante tutto.

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