“1.500 EURO DI RISTORO PER 1.300 EURO DI AFFITTO”, BAR E RISTORANTI DELL’AQUILA AL BIVIO


L’AQUILA – L’ingresso dell’Abruzzo nella zona arancione impone alle attività di somministrazione solo il servizio di asporto e di consegna a domicilio, o delivery che dir si voglia. Un duro colpo per il settore che, a L’Aquila in particolare, registra perdite sul fatturato anche del 90 per cento.

I contributi a fondo perduto dell’ultimo “decreto ristori” prevedono un rimborso in rapporto al fatturato medio mensile che viaggia dal 37,7 per cento, di gelaterie e pasticcerie, al 53,1 per cento dei ristoranti.

La prima erogazione dei ristori per l’Abruzzo è di 21,9 milioni di euro, secondo i conteggi pubblicati su Il Sole 24 Ore, per un comparto che solo in provincia dell’Aquila conta, tra bar e ristoranti, oltre duemila imprese.

Ma al di là delle medie e del contributo complessivo, le somme che arrivano sui conti correnti degli esercenti dipendono dalla situazione di ciascuno, o meglio, dalla perdita indicata da ogni partita Iva per l’anno 2020 in rapporto allo stesso mese del 2019.

I rimborsi, a seconda della fascia prevista, vanno dal 150 al 200 per cento. In pratica, se una piccola gelateria con il primo lockdown aveva ottenuto mille euro di indennizzo, ora ne prende mille e cinquecento, un ristorante invece quasi il doppio del corrispettivo precedente.

Ma qual è, in soldoni, la situazione economica reale che si trovano a dover fronteggiare bar e ristoranti, considerate anche le limitazioni precedenti e il clima di panico generalizzato che ha di fatto ridotto le uscite e quindi anche i consumi?

I ristori sono davvero sufficienti a coprire le spese fisse che un’attività deve comunque sostenere?

Già penalizzati dagli investimenti post-sisma, dalle spese sostenute per riorganizzare i locali secondo le norme anti contagio, dal clima di tensione generale che ha di fatto ridotto pesantemente i consumi, dagli affitti che non sono certo i più bassi d’Italia, per gli esercizi pubblici dell’Aquila la situazione è drammatica.

“Con il ristoro previsto dall’ultimo decreto probabilmente si riesce a coprire solo il 70 per cento delle spese vive, tra affitto, utenze e tasse varie. Il settore è comunque al collasso”, dice a Virtù Quotidiane Daniele Stratta, presidente provinciale della Federazione italiana pubblici esercizi Confcommercio e titolare, insieme al fratello Davide, dell’enoteca Garibaldi nel centro storico del capoluogo.

Secondo i dati della Fipe Confcommercio locale, anche il bar più piccolo, tra centro storico e periferia, ha spese fisse mensili per almeno 3mila euro. Inoltre, il servizio di asporto e consegna, in tempi di normalità, ha rappresentato circa il 5 per cento degli incassi, ad oggi è l’unica fonte di guadagno per le attività, tra quelle che sono rimaste aperte, a differenza di altre che invece hanno deciso di chiudere i battenti.

Come 100 Montaditos su Corso Federico II, della catena di ristorazione andalusa, che ha chiuso i battenti fino a data da destinarsi dall’entrata in vigore della zona arancione.

“Per una struttura in franchising la situazione è ancora più difficile perché, da contratto, bisogna garantire la completezza dell’intero menù e la disponibilità di tutti gli ingredienti in magazzino, con tutti i dipendenti a lavoro, a prescindere dalle circostanze”, spiega la titolare Valentina Provenzano. “Il delivery, che in tempi di normalità abbiamo sempre offerto alla nostra clientela, è solo una spesa senza guadagno che oggi non possiamo permetterci”, ammette.

Mentre un bar, oppure un ristorante, può decidere di regolare e limitare le forniture in base ai consumi, di gestirle comunque autonomamente, ad esempio riducendo il numero di dolci o pietanze, lo standard che deve mantenere una catena di franchising è quello ordinario.

“Il ristoro governativo rappresenta un centesimo su dieci euro di spese – spiega Valentina – , se consideriamo non solo le restrizioni precedenti, ma anche il periodo precedente alle restrizioni, quando è cominciata la seconda ondata e il centro storico si è svuotato. A conti fatti, la perdita sul fatturato annuo è di oltre il 70 per cento”.

Ancora più difficile è la situazione di un bar in periferia che lavora prevalentemente con il vicinato per qualche caffè e pastarella da asporto. Come l’Oronero Cafè di via Beato Cesidio dove “il lavoro è sceso di circa il 90 per cento perché la paura è tanta e le persone non escono, ma abbiamo deciso comunque di andare avanti – afferma il titolare Gianluca Ruzza – anche se caffè, cappuccini e pastarelle non si possono consumare nemmeno all’esterno in prossimità del locale”.

“Io pago 1.300 euro di affitto e con il ristoro di circa 1.500 euro purtroppo ci pago solo quello. Con i pochi incassi giornalieri del bar devo coprire tutte le altre spese, utenze e forniture. Un periodaccio insomma. Speriamo bene per tutti”.

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