Cronaca 31 Mag 2019 20:06

BORGHI D’ABRUZZO: SERRA, L’ANTICO PAESE DELLE LUMACHE DOVE VIVE UN SOLO ABITANTE

BORGHI D’ABRUZZO: SERRA, L’ANTICO PAESE DELLE LUMACHE DOVE VIVE UN SOLO ABITANTE

ROCCA SANTA MARIA – Non ci capiti per caso, lo trovi solo se vuoi davvero cercarlo. Il cartello stradale che segnala la minuta via d’accesso, deviazione da una strada montana che porta a piccoli borghi anch’essi semi abbandonati, è sbiadito, e l’ultima lettera si è pure cancellata.

Non è segnato neanche su Google Maps, devi inserire queste coordinate 42.694970, 13.532114 se desideri scovarlo, lì, sulla cresta di una collina, tra colline simili l’une alle altre.

Ed è proprio quella cresta di 1.096 metri, che domina la sorgente del fiume Vezzola, a dargli nome: Serra, da sèrre, che significa proprio cresta in dialetto locale.

A ridurre così Serra, silenzioso e quasi completamente diroccato, non è stato solo il recente terremoto, che pure ne ha acuito le ferite, ma decenni, forse un secolo di abbandono, inesorabile, che ha trascinato via persone, poi famiglie, in cerca di una vita migliore.

Non è morto però Serra. Le poche case integre paiono indicare che qualcuno, ogni tanto, magari solo d’estate, possa tornarci. E un tubo di gomma verde, che parte da un giardino – l’unico – ben curato, sta a testimoniare che un abitante debba pur esserci.

Ma si dice che non sia felice di ricevere curiosi e turisti.

Del borgo se ne hanno notizie dal 1124 per un beneficio di terreni, poi per un sequestro di beni, poi per la concessione dell’antica chiesa del Santissimo Salvatore che, poco rialzata, domina Serra all’ingresso del paese. Nel 2013 è stata completamente ristrutturata dall’associazione “Il grido dei Monti della Laga” dopo essere rimasta perfino senza tetto.

Serra fa parte del comune di Rocca Santa Maria, essendovi passato nel 1813 dall’università di Rocca di Bisegno (oggi la zona di Faiete, Cona Faiete, Macchia Santa Cecilia).

Un tempo a Serra c’era una festa d’antica tradizione: l’Ascensione di Cristo. Cadeva nel mese di maggio e richiamava tanta gente dei paesi vicini.

Durante il percorso, naturalmente a piedi, si dovevano raccogliere tutte le lumache che si incontravano nel cammino: nei loro gusci erano racchiuse le anime del Purgatorio e solo la messa a Serra le avrebbe graziate e pulite così dal peccato.

Dopo ci si sdraiava sui prati intorno al paese a condividere un pasto frugale.

Sul muro di una casa sta collocata una targa, forse di bronzo. Ci sono incisi il volto di un ragazzo di profilo e la scritta: Di Paolo Dario, Ventimiglia (Imperia) 1959, Riobamba (Ecuador) 1992, geologo – esploratore.

La jeep di Dario, di rientro da un’escursione con l’amico Roberto Regazzoni, si è scontrata con un pullman; sono decedute pure due guide ecuadoregne.

Nove anni dopo anche il fratello di Dario, Alberto, non ha fatto ritorno da un’escursione alpinistica in Valmalenco. Di targa, però, ce n’è una sola (F. Mosca, www.paesiteramani.it).

Il Progetto Borghi, promosso dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Teramo, ne avrebbe dovuto fare un albergo diffuso, insieme ai borghi di Martese e di Valle Pezzata. Ma a oggi non se ne sa niente.

A Serra è certo solo il silenzio, e quel senso di malinconia che la vista del Gran Sasso e dei Monti della Laga non riescono ad attenuare. E però c’è anche l’arcobaleno, questo pomeriggio, segno che indica che c’è ancora un patto tra Dio e l’essere umano, segno che forse, qui a Serra, c’è ancora una storia da scrivere. Alessandro Chiappanuvoli


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