IL CREPUSCOLO DEL PARCO GRAN SASSO, LA DENUNCIA DI UN SOGNO INFRANTO DI UNO SVILUPPO COMPATIBILE CON LA CONSERVAZIONE


L’AQUILA – Che fine ha fatto il parco immaginato dai compianti Walter Mazzitti e Giovanni Cialone, o da Marcello Maranella e Giandonato Morra, che seppur da punti di vista spesso diametralmente opposti riuscivano a indicare una prospettiva, tracciare una strada, portare a casa ingenti finanziamenti e far vedere la luce a progetti importanti? È questo, in fondo, quello che ci si chiede oggi, di fronte a un’istituzione fuori dai radar del dibattito pubblico, chiusa in sé stessa e avviluppata attorno all’unico atavico dibattito che ruota attorno alla convivenza tra sviluppo e conservazione, costantemente presa di mira da chi vorrebbe ancora una montagna destinata solo allo sci che non riesce a trovare contraddittori davanti a un Parco assente.

Una riflessione, profonda, tornata prepotentemente d’attualità dopo lo “strappo” di Silvia De Paulis, agronoma che ha lasciato in anticipo il suo lavoro al Parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga, scegliendo la pensione anticipata – di ben sette anni – dopo 22 anni di carriera come funzionaria.

Ponendosi in aperto contrasto coi vertici dell’ente, a Virtù Quotidiane è un fiume in piena: i Punti informativi di accoglienza turistica sono chiusi da tempo, così come la sede del Centro di ricerche floristiche dell’Appennino, il Piano di gestione del cinghiale è stato fermo per tre anni consecutivi, sulla gestione e concessione dei fondi in capo all’ente ci sarebbe poca trasparenza. E ancora, gli attuali vertici avrebbero limitato, a funzionari e professionisti dipendenti del Parco, la possibilità di realizzare progetti di tutela e promozione dei valori ambientali, naturali e turistico culturali di pubblico interesse; il ruolo del Parco, poi, si ritroverebbe svilito della sua funzione istituzionale finalizzata a garantire la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale, vista anche l’assenza del Parco dai tavoli istituzionali sulle scelte cruciali di pianificazione territoriale.

“Lavorare come agronoma in un Parco nazionale al fianco di allevatori e agricoltori di un’area protetta”, premette, “è una delle cose più belle che si possano fare, con la possibilità di incidere concretamente sui cambiamenti, la conservazione e lo sviluppo sostenibile di un territorio”.

“Tuttavia”, denuncia l’agronoma, che è anche ai vertici di Slow Food Italia, “quella che è stata per anni una progettazione collettiva e condivisa da parte di tecnici e dipendenti a vario titolo, con l’attuale direzione sta vivendo un periodo di oscurantismo, di azzeramento pressoché totale. La direzione ha di fatto demansionato i funzionari avocando a sé tutte le responsabilità d’area, riducendo significativamente le sinergie, la rete coesa e funzionale ai principi dell’ente maturata in anni di esperienze in ogni settore”.

Il Parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga, tra i più grandi d’Italia, istituito con la legge quadro sulle aree protette del 6 dicembre 1991, con 220mila ettari di superficie, passati poi a 150mila, perimetrati in tre regioni – Abruzzo, Lazio e Marche – cinque provincie e 44 comuni, “sembra diventato una Pro loco”, l’affondo della De Paulis che critica duramente anche la gestione dei fondi dell’Ente e la loro ripartizione, in relazione a bilanci tutt’altro che negativi.

“Le potenzialità in forza presso il Parco, tra biologi, naturalisti, botanici, agronomi, sono bloccate”, continua. “Bloccati anche diversi accessi alle pratiche del Consiglio direttivo, consultabili solo tramite albo pretorio”.

Sull’annosa questione dello sviluppo sostenibile e del turismo, il Parco, nel 2017, ha ricevuto la certificazione della Carta Europea per il turismo sostenibile nelle aree protette che impegna i soggetti aderenti a migliorare lo sviluppo sostenibile e la gestione del turismo nelle aree protette, rispettando i bisogni dell’ambiente, dei residenti, delle imprese locali e dei visitatori, nonché ad aumentare la conoscenza e il sostegno delle aree protette preservandone la fruizione.

“L’adesione, però, giace in un cassetto – afferma la De Paulis – e con essa il documento programmatico di sviluppo che impegnava gli aderenti, nei cinque anni a seguire, in un’azione sinergica e partecipata che avrebbe dovuto mettere insieme il pubblico ed il privato”.

“Una politica che non capisco e non voglio più accettare”, conclude l’agronoma che – dice – continuerà ad operare per il bene collettivo con progetti di impegno civico e di volontariato “sano e trasparente”.

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