POSSIBILITÀ DI RISCATTO AREE FRAGILI D’ABRUZZO IN LIBRO DI RITA SALVATORE ED EMILIO CHIODO

foto Simonetta Caruso

TERAMO – Nel tentativo di gestire quel delicato equilibrio tra capitale naturale e sviluppo socioeconomico, le aree fragili si ritrovano oggi investite da profondi cambiamenti che le collocano nel limen del “non più e non ancora”. Soggette a transizioni di crescente complessità e quasi liberate dallo stereotipo della marginalità, non alimentano più soltanto immaginari legati al degrado e all’abbandono, ma iniziano a porsi come luoghi del possibile. Come spazi a partire dai quali si può sperimentare un modo altro di “fare sviluppo”.

Prende forma dalla sua introduzione il senso del libro Non più e non ancora. Le aree fragili tra conservazione ambientale, cambiamento sociale e sviluppo turistico, scritto a quattro mani da Rita Salvatore, aquilana, sociologa dell’ambiente e del territorio, docente di Turismo enogastronomico e sviluppo rurale alla Facoltà di Bioscienze dell’Università di Teramo, ed Emilio Chiodo, economista agrario, docente di Economia e gestione e Legislazione e marketing delle imprese vitivinicole della stessa Facoltà, vice coordinatore del master Geslopan, sulla Gestione dello sviluppo locale nei Parchi e nella Aree naturali.

Edito dalla casa editrice Franco Angeli, il libro è in uscita on-line dal primo febbraio in versione e-book nell’ottica “green” degli autori, inserito in una collana sulle tematiche dello sviluppo locale coordinata da Everardo Minardi dell’Università di Teramo.

Foto copertina di Pietro Santucci

“L’idea del libro nasce dopo un lungo percorso di ricerca, ancora in atto, sulle aree interne e sullo sviluppo delle aree protette – racconta la Salvatore a Virtù Quotidiane – Abbiamo scelto l’accezione di aree fragili perché l’attenzione del libro è concentrata sul tema della conservazione ambientale, di aree dove l’equilibrio tra sviluppo economico e conservazione del patrimonio naturalistico, paesaggistico e della biodiversità è molto sensibile”.

“Un percorso di ricerca empirica durato tre anni – spiega la co-autrice del libro – che ci ha permesso di verificare sul campo quelle che sono le teorie sullo sviluppo locale e l’economia rurale. Una collaborazione, quella tra me e Chiodo, che ci ha portato ad una visione integrata. Un progetto importante per il quale siamo grati alla sindaca Flora Viola di Civitella Alfedena che l’ha sostenuto e a tutti gli operatori turistici che hanno partecipato attivamente”.

La ricerca è stata condotta a Civitella Alfedena, borgo medievale della provincia dell’Aquila, nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Foto Romano Visci

“Le criticità principali riguardano la complessità del turismo nelle aree interne – conclude la ricercatrice – Un turismo di prossimità, quello di Civitella Alfedena in particolare, che negli anni Settanta e Ottanta ha dato molti frutti. Un comune apripista in fatto di sviluppo ambientale e sostenibile incentrato sul rispetto dell’ambiente e sulla valorizzazione delle risorse, che ha saputo mantenere inalterato il suo patrimonio umano, a differenza di altri borghi montani”.

A Civitella Alfedena infatti, secondo lo studio, si registra un’emigrazione inferiore rispetto a quella che ha interessato molti altri centri dell’Abruzzo interno.

Attualmente è tuttavia necessario “dare una spinta innovativa – rileva la prof – La difficoltà sta proprio nell’individuazione dei percorsi di innovazione e nella sua  sostenibilità. Oggi gli operatori turistici dovrebbero essere anche esperti di social media, progettisti, comunicatori. Il turismo è oggi un settore complesso che richiede dedizione totale e professionalità altissime”.

“Gli operatori lamentano scarsità di risorse ma seppure le risorse arrivano – puntualizza – a mancare è spesso la capacità di gestirle strategicamente sul territorio. C’è bisogno di strategie, di una comunità giovane e attiva, dinamica, c’è bisogno del coinvolgimento dei giovani, di una politica inclusiva, generazionale e culturale”.

Nel libro infatti si parla anche dei “ritornanti”, quelle figure che decidono di tornare a vivere in montagna, nei borghi d’origine delle aree interne, in quelle comunità oggi “assenti” sole, depauperate.

“Ben vengano i portatori di vita, come i profughi che vivono nei borghi. La strategia vincente – afferma la sociologa dell’ambiente – è quella della contaminazione culturale e sociale, dell’inclusione”.

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