QUELLA VOLTA CHE QUATTRO ABRUZZESI SALIRONO SULLA VETTA NEPALESE DELL’AMA DABLAM


L’AQUILA – Era l’autunno del 2012 e quattro abruzzesi stavano per salire sulla vetta dell’Ama Dablam, a 6856 metri, in Nepal. Comincia così l’impresa, raccontata dal capospedizione Gaetano Di Blasio, in una sala gremita della sede del Club Alpino Italiano (Cai), nel centro storico dell’Aquila.

Oltre a Di Blasio, arrivarono in vetta i teramani Giuseppe Sabbatini, Arnaldo Galante e l’aquilano Stefano Galletti.  La serata è stata un tributo alla montagna ma ancor prima a Giuseppe Sabbatini, guida alpina coinvolta due anni più tardi in un tragico incidente sul Gran sasso, dove perse la vita insieme a David Remigio.

Un ricordo quello di Pino, come tutti lo chiamavano, ancora vivo negli occhi dei suoi compagni di viaggio.

“Una volta – racconta Gaetano di Blasio a Virtù Quotidiane – vedendolo preoccupato, gli chiesi cosa non andasse. Lui mi disse che era concentrato sulla montagna ma di non temere perché dopo sarebbe tornato ad essere quello di sempre. Questo era Pino: dimostrava il suo amore per la montagna con la massima attenzione e la massima passione”.

L’Ama Dablam non è una montagna qualsiasi, è la montagna perfetta. Si trova nella valle del Khumbu Himal, nel Parco nazionale Sagarmatha e domina la valle del Dhud Koshi che porta verso i campi base del Lhotse e dell’Everest.

È ambita da molti alpinisti per via delle sue linee perfette e dell’aspetto slanciato che gli ha fatto guadagnare il soprannome di Cervino dell’Himalaya.

Il suo nome è traducibile con “la signora con la collana” per via del ghiacciaio che sulla montagna è come un “dablam”, il tradizionale doppio pendente indossato dalle donne sherpa. È considerata dalle popolazioni locali protetta dagli dei: prima di salire c’è infatti bisogno, così come in altre montagne in Nepal, della “pujia”, una cerimonia propiziatoria ed un rito importante e suggestivo anche per gli stessi alpinisti.

La sacralità dell’Ama Dablam è stata anche oggetto dell’ultimo film del famosissimo alpinista ed esploratore Reinhold Messner. In Ama Dablam. La montagna sacra, Messner racconta il salvataggio compiuto da lui stesso, nel 1979, di Peter Hillary – figlio di Edmund Hillary, primo scalatore dell’Everest – sulla parete sud.

Una montagna affascinante e difficile dunque. A consigliarla a Di Blasio fu un alpinista ed amico che oggi non c’è più, Davide Miccoli; in suo onore portarono in cima una piccola targa. La sezione teramana Gran Sasso d’Italia del Cai percorse la cresta sud-ovest. La spedizione durò in tutto 32 giorni di cui cinque di salita per raggiungere la cima.

Le condizioni climatiche erano estreme: le temperature variavano dai -27 della notte ai -7 nelle giornate soleggiate, e gli alpinisti avevano a disposizione materiale tecnico come piumini e sacchi a pelo, e tende per ripararsi dal freddo. Li colpì anche una bufera ma, per fortuna, arrivò quando avevano già attrezzato le corde.

Per alimentarsi usavano specifici cibi liofilizzati estremamente proteici preparati con neve sciolta, anche se in alta quota l’appetito viene meno e in situazioni come questa si può arrivare a perdere fino a 10 chilogrammi.

La spedizione ottenne, inoltre, importanti risultati scientifici, come ha spiegato nel corso del convegno Vittore Verratti, docente dell’Università D’Annunzio di Chieti.

Altri 28 componenti hanno realizzato un percorso di trekking ad alta quota, attraversando la valle di Gohyo e la valle del Kumbu e raggiungendo i 5.400 metri.

Gli studi, finalizzati a capire meglio gli stati patologici legati alla difficoltà di assunzione, trasporto e utilizzo dell’ossigeno, si sono avvalsi di test e prelievi, eseguiti prima, durante e dopo la spedizione ed hanno coinvolto 5 università italiane – il Dipartimento di scienze neurologiche, neuropsicologiche, morfologiche e motorie dell’Università di Verona, il Cerism, Centro ricerca sport montagna salute di Rovereto, il Dipartimento di anatomia e fisiologia dell’Università degli Studi di Padova e il Dipartimento di fisiologia, Università degli studi di Siena – di cui il Dipartimento di neuroscienze e imaging dell’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara era coordinatore.

I risultati hanno prodotto 15 lavori scientifici pubblicati sulle più importanti riviste di settore del mondo.

Ma oltre agli aspetti sportivi e scientifici, quella dell’Ama Dablam fu una straordinaria spedizione umanitaria. In quell’occasione si raccolsero fondi per finanziare una scuola materna a Kathmandu che Milena, moglie di Davide Miccoli, portò personalmente a 45 bambini.

Ad oggi le scuole che Di Blasio ed i suoi hanno aiutato sono molte, alcune ospitano bambini che hanno perso i genitori e le esigenze sono molteplici: si passa da interventi di manutenzione o costruzioni di tetti, ai venti chilogrammi di materiale scolastico che il gruppo ha donato lo scorso anno.

“Per molti l’alpinismo è una performance o una ricerca su un limite personale – afferma l’alpinista – ma io credo che ormai questo concetto sia superato: tutte le montagne sono state salite da diversi versanti e le altre evidentemente sono impossibili. Le montagne uniscono i popoli e noi cerchiamo di unirci e di dare conforto a quelle persone che hanno meno di noi. La montagna è un buon mezzo per aiutarli”.

Nelle valli delll’Himalaya, molte persone vivono in povertà ed il violento terremoto che ha colpito il Nepal il 25 aprile 2015 ha distrutto i loro villaggi. C’è ancora molto da fare ma si fanno passi in avanti. Nel corso del convegno al Cai, Di Blasio ha infatti presentato il progetto di un dispensario, che verrà costruito in un punto strategico della valle di Gorkha, sulla strada per il Tibet.

L’idea, che non è poi così lontana dalla sua realizzazione, vede un luogo dove poter assistere dal punto di vista sanitario la popolazione locale, grazie al personale medico di emergenza che realtà come Medici Senza Frontiere metteranno a disposizione, ed ai medicinali. Un luogo di passaggio dove tutti potranno fermarsi a donare il necessario prima di mettersi in cammino.

“Lì per raggiungere un presidio sanitario attrezzato – spiega Di Blasio – si deve camminare quattro giorni. Abbiamo visto barelle con sei portatori che si alternavano per non fermarsi mai e per curare una persona che aveva una polmonite, che noi siamo riusciti a curare per strada. In quelle condizioni un bambino può morire per epistassi”.

I fondi necessari per la realizzazione del dispensario, 35mila euro, sembrano sempre più vicini e Di Blasio si augura che quando il prossimo anno torneranno in Nepal per un’altra incredibile spedizione al Kangchenjunga (8.586 metri), il dispensario sarò completato e potranno andare a vedere i risultati del loro lavoro. Quella del Kangchenjunga sarà un’impresa che richiederà un grande impegno.

Erroneamente si è portati a pensare che gli alpinisti che salgono a queste quote, percorrendo tratti di ascesa verticale, a volte anche al buio, non abbiano paura ma non è così.

“La paura ci deve essere – conclude Di Blasio -, è lei che ci fa tornare a casa, facendoci capire i nostri limiti. Se la montagna ti dice di no, non è un problema: è giusto che vinca anche lei”.

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