DELUSIONE DA “L’AQUILA, GRANDI SPERANZE”? IL CINEMA GUARDA AL RACCONTO, NON ALLA REALTÀ


L’AQUILA – La messa in onda ieri sera su Raiuno dell’attesa fiction L’Aquila-Grandi speranze ha sollevato, in ambito locale, molte polemiche: le opinioni espresse sui social dagli aquilani sono in massima parte estremamente negative, quasi tutte fanno riferimento ad un uso strumentale e superficiale della tragedia.

L’aquilano, come dargli torto, si aspetta sempre un atteggiamento rispettoso, almeno sensibile, che tenga conto della sofferenza e delle difficoltà vissute e che ancora sono al centro della quotidianità, e spesso si erge, come ultimo baluardo, a controllore e garante.

Il problema credo risieda nella differenza di percezione che noi aquilani abbiamo rispetto a chi scrive e sceneggia per un pubblico generalista, e quindi anche e soprattutto rispetto a chi poi, davanti alla televisione o ad un giornale, riceve, quasi sempre passivamente.

Qualche mese fa ho accompagnato un grande regista, molto famoso, in un sopralluogo nelle ex zone rosse della città ormai abbandonate, e devo dire che all’inizio sono rimasto molto colpito, quasi offeso, dalla sua apparente insensibilità verso quei luoghi della tragedia, al punto da smettere di raccontargli dettagli perché mi ero reso conto che a lui interessava solo capire se l’inquadratura poteva funzionare, se poteva portare luci e cavi, cose di questo tipo.

La sera a cena mi ha confessato che era rimasto sconvolto, ma nel sopralluogo ha badato solo a capire come poter raccontare una storia ad un pubblico perché è e resta comunque un professionista. Il racconto ha modalità che noi non riusciamo a comprendere fino in fondo. Questo per dire che la triste verità è che al professionista interessano quasi sempre le condizioni per poter impiantare un racconto, poi semmai troverà il modo di inserirci anche una sua poetica.

Per noi può essere una condizione di grande insensibilità, irrispettosa del dolore, ma la narrazione mainstream ha le sue regole, piaccia o no. Ho letto anche di malafede, di atteggiamenti scorretti e irriverenti verso la nostra realtà e nei confronti della nostra sofferenza… forse a tratti concordo, ma provate a riflettere un momento, ad esempio, sul disagio che provate quando dovete confrontarvi personalmente con qualcuno che ha subito un terribile lutto: non è facile, anzi, e temete di commettere gaffe ogni volta che aprite bocca.

Pensate adesso alle difficoltà di chi tenta di raccontare a molti un evento come il nostro. Chi ha vissuto esperienze drammatiche di questo tipo desidera, soprattutto nei primi anni, che fuori si parli della sua condizione, ed è anche pronto a perdonare inesattezze o piccole distorsioni: ciò accade perché si ha bisogno di sentirsi considerati dal mondo esterno.

A distanza di dieci anni bisogna però tener conto della mutata percezione del pubblico generalista: una fiction trasmessa sul primo canale nazionale in prima serata ha oggettivamente bisogno di codici comunicativi più generici. Pensate agli anziani che in Veneto seguono la vicenda: a loro non basta ricordare la tragedia, hanno bisogno di immedesimarsi in qualcuno, ad esempio la mamma che ha perso la figlia, che potrebbe essere la loro nipotina.

Oppure il pubblico giovane, che in sei puntate non può solo riflettere sulla sofferenza dei loro coetanei aquilani, ma ha per forza bisogno di immedesimarsi in storie di scuola, oppure dei primi amori, o anche di guerre tra bande, tipo i ragazzi della via Pal: questa citazione ha fatto infuriare molti, ma io in realtà ho visto tante volte giocare i ragazzini in zona rossa, è la loro realtà, e negarlo sarebbe solo ipocrisia… Prendiamo poi il personaggio ambiguo di Barbareschi, che ricorda molto quello di biechi speculatori che da noi hanno operato: anche qui polemiche, ma se questo personaggio non ci fosse stato ci sarebbero state polemiche al contrario.

Nella fiction in questione ho letto da parte degli sceneggiatori qualche tentativo di racconto dell’aquilanità più intima e sofferente, o anche di inserimento di ricordi a noi cari che gli italiani comunque non comprenderanno pienamente, come le riprese del “Mammuth” o di alcuni ambienti distrutti, ma so anche che oltre un certo punto non si potevano spingere.

Per un aquilano la mediazione televisiva, la trasformazione delle zone rosse in zone di gioco per ragazzi è inconcepibile, perché tocca corde troppo personali e mette in discussione quella idea di dignità che noi ci aspettiamo che il resto d’Italia abbia nei nostri confronti, e che a volte ci rifiutiamo di accettare se esce fuori dai nostri registri.

Non mi sento di difendere, ma di comprendere in parte le motivazioni… pur tra numerose imprecisioni e licenze varie questa fiction credo possa in fondo essere letta come un tentativo di racconto su dinamiche abbastanza nuove, comunque lontane da quelle ormai note del documentario e del reportage, che pure hanno e continuano a sollevare polemiche, vedasi il lavoro di La 7 andato in onda durante il decennale.

Qui vedo un inevitabile compromesso, ho sentito amici da varie parti d’Italia chiamarmi commossi e altri sentirsi offesi… Gli aquilani sono pronti ai compromessi? Credo di no, non possono in fondo esserlo, e non è giusto che lo siano. Questa immane tragedia continuerà ad avere due canali, che continueranno a scorrere paralleli senza quasi mai toccarsi: uno è quello intimo, protettivo, di chi sa, l’altro è quello di chi dall’esterno “tenta” di raccontare… nei numerosi reportage in fondo abbiamo accettato tante inesattezze.

*critico cinematografico