UN TESORO MAI VISTO, SANTA MARIA DELLA MISERICORDIA E I GIOIELLI DEL ‘500


L’AQUILA – Un gioiello, incastonato tra vicoli stretti. A pochi passi dalla chiesa di San Silvestro si apre una piazzetta. Lì è la chiesa di Santa Maria della Misericordia, non a tutti nota, essendo stata utilizzata, prima del 2009, soprattutto per celebrazioni eucaristiche in lingua latina guidate da don Bruno Lima.

La chiesa è annessa ad un’altra struttura che nell’ultimo periodo di utilizzo era sede di alcune associazioni di volontariato e anticamente era stata sede di un orfanotrofio.

Èun gioiello perché in sé custodisce rari elementi d’arte del ‘500, ritrovamenti che hanno destato stupore negli storici dell’arte.

Ad accompagnare Virtù Quotidiane nella visita è l’architetto Augusto Ciciotti, direttore dei lavori, per il Segretariato regionale per l’Abruzzo del Ministero dei beni e delle attività culturali (Mibac).

“Abbiamo completato i lavori strutturali – spiega Ciciotti – relativi al consolidamento di tutta la parte esterna”.

I lavori sono costati 1 milione e 500 mila euro, in un primo lotto ultimato nel 2012, e un secondo nel 2017.

A collaborare alla progettazione strutturale e architettonica per la parte strutturale e architettonica anche Giuseppe Meduri, funzionario architetto della Soprintendenza ABAP per L’Aquila e il cratere.

“Proprio durante quei lavori – prosegue l’architetto Ciciotti- alcuni elementi destarono la nostra attenzione”.

Lungo le pareti esterne ci sono delle parti che fuoriescono dalla linea del muro “pensavamo ad un sostegno strutturale ma le lesioni interne non avevano relazione con questa ipotesi. Il lavoro diretto da Biancamaria Colasacco , funzionario storico dell’arte della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio L’Aquila e cratere , ha condotto, pian piano, alle scoperte che oggi ci appaiono in tutta la loro preziosità”.

I RITROVAMENTI ARTISTICI E IL FUTURO

Appena entrati nella chiesa la prima impressione è di luce, di estrema bellezza ed eleganza. La chiesa, senza navate è di impianto barocco. Però questa è solo una delle anime di questa chiesa mai valorizzata.

“Durante i lavori entrai in sacrestia – racconta la dottoressa Colasacco – e sotto lo scialbo (ovvero l’intonacatura) vidi delle tracce di colore. Chiesi di fare dei saggi a bisturi. Mi accorsi che era tutta dipinta, e specularmente alla carestia c’è un’altra cappella. I lavori della sacrestia sono cinquecenteschi, con caratteri iconografici di grande interesse. Quel primo vano affrescato appena scoperto, suggeriva altri possibili ritrovamenti”.

A lavorare sotto la direzione della dottoressa Colasacco, il restauratore d’arte Antonio Mignemi, con la sua ditta Mimarc.

“Oggi la chiesa si presenta adornata da stucchi tipici settecenteschi sparsi nella navata con un abside, sormontato da una cupola ellittica, dove ai lati si accede a due cappelle affrescate”, spiega Mignemi.

“Durante le prime osservazioni sui danni dell’edificio -prosegue il restauratore- era emerso che alcune lesioni strutturali tendevano ad essere regolari e simmetriche nei due lati della navata. Approfondendo lo studio, con dei saggi lungo le lesioni, si è constatata la presenza di tracce policrome al di sotto di strati di intonaco. Seguendo le tracce su aree libere da decorazioni a stucco, è stato possibile ampliare questa ricerca e scoprire, con molto stupore, che era stata ritrovata una nicchia, pressoché integra, di circa 4 metri per 2, nascosta da una tamponatura a mattoni dove era stato addossato parzialmente un altare settecentesco in stucco. Ampliando le ricerche nelle parti simmetriche e in controfacciata, è stato possibile constatare la presenza di 6 nicchie di cui soltanto una è priva di decorazione. Le nicchie -precisa il restauratore d’arte- raffigurano le scene della samaritana al pozzo, la deposizione, la conversione di san Girolamo, la madonna con bambino e santa Caterina e sant’Antonio con le scene della sua vita”.

Tutto quanto il restauratore racconta era invisibile fino al 2009. La muratura avevano coperto le nicchie affrescate, ma fortunatamente, senza strati di intonaco. Anzi, la camera d’aria creata dalla copertura data dalla parete degli altari ha permesso di conservare, nella loro originale bellezza, i dipinti.

“La conservazione è perfetta – spiega la Colasacco – quello che riemerge è la storia dell’arte del fine ‘500: negli affreschi notiamo teste raffinate, si vede il tipico studio sui visi e sugli abiti di quel periodo, il linguaggio è raffaellesco”.

Cinquecento e settecento convivono in questa gemma e ora, le scelte che verranno fatte in fase di restauro, saranno fondamentali.

Secondo quanto riferito dall’architetto Ciciotti le risorse, sui 300 mila euro, arriveranno dai ribassi d’asta e fanno parte del finanziamento Cipe per il II lotto. Il progetto è già predisposto ma sarà integrato.

“Si dovranno adottare decisioni per assicurare che nella chiesa possano essere visibili le due anime”, osserva la Colasacco. “Questa chiesta – racconta – è stata creata in 3 anni con l’intervento di architetti di chiara fama, mostra rarissimi affreschi del’500 ed è un luogo prezioso di convivenza di 500, 600 e 700”.

Seicentesche sono le alte corniciature e la parte alta degli altari, del ‘700 invece le finiture con stucchi.

I dipinti, sono in parte visibili, in parte nascosti dagli altari delle pareti, e risultano visivamente disallineati rispetto agli stessi. Sarà quindi di fondamentale importanti adottare dei sistemi che rendano visibili sia gli altari, sia i dipinti

La chiesa presenta altri elementi di grande pregio: nel soffitto, che nella parte della controfacciata, che aveva subito importanti danni, è stato riprodotto durante i lavori di consolidamento, con equilibrio settecentesco. Di notevole interesse l’organo, smontato in casse di compensato, e il bellissimo l’impalcato verde oro dei confessionali dietro il quale altri affreschi a figura intera.

Per vedere questa chiesa si dovrà attendere.

Intanto il Segretariato regionale ha chiesto la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per l’Abruzzo, diretta dall’architetto Maria Alessandra Vittorini per la necessità di restauratori e storici dell’arte, visto che il lavoro, che potremmo definire “filologico” che permetta la convivenza di testimonianze d’arte di periodi tanto diversi, richiederà grande studio e accurato lavoro.

Si stima, in ogni caso, la riapertura entro l’anno in corso.

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