COSA PENSARE DELLO SPAZIO PUBBLICO DURANTE UNA PANDEMIA?


L’AQUILA – Lo spazio pubblico è il luogo in cui la rete relazionale dei rapporti sociali si manifesta: è uno spazio da occupare, da comprendere e riconoscere. È il dove una società elabora e applica il diritto, genera cultura e confronto. In questo particolare periodo storico, come società stiamo elaborando un nuovo modello di riferimento attraverso il quale agire anche in un’altra dimensione di spazio pubblico, quello virtuale.

Ho provato a immaginare una declinazione possibile di quanto scrive Hannah Arendt in Vita Activa (1958) a proposito di sfera pubblica e agire politico.

Parto da una sua specifica citazione per meglio condividerne la comprensione: “La politica implica una pluralità di attori, allo stesso tempo uguali e distinti, e nasce fra gli uomini, in quanto essi si muovono nell’ambito che è fra loro”: nell’in-between “la politica nasce e si afferma come relazione”.

Ed è questo il posto della sfera pubblica, in questo in-between. Ed è anche in questo spazio fra le cose umane il posto dello spazio pubblico. I primi a intenderlo furono i Greci che riconobbero nell’agorà la funzione di luogo dell’agire sociale e politico.

E noi, oggi, sperimentiamo quotidianamente questi due concetti. E per meglio comprenderli, ricorriamo all’immagine evocata dalla Arendt stessa: immaginiamo l’in-between come fosse un tavolo, uno spazio in cui stare (al mondo) insieme, per costruire le relazioni e la solidarietà delle relazioni. È questa la dimensione che ci permette di ascoltare e di vedere l’altro, senza perdere la distanza che ci separa e caderci addosso a vicenda. Ma non solo. In questo spazio noi ci manifestiamo agli altri, in una massa unitaria ma distinta: sperimentiamo l’intreccio della nostra individualità con il contesto in cui agiamo, (Bruner, La Repubblica, 16 aprile 2015), affermando con i fatti, come se ce ne fosse ancora bisogno, che l’unica forma possibile di benessere accettabile, equa e sostenibile, è quella sociale.

Torniamo allo spazio pubblico. Cosa accadrà ora dopo la pandemia? Caderci addosso perdendo il senso dello spazio e della sfera pubblica, non è un’opzione credibile. Saremo in grado di rendere questo vuoto, un vuoto fertile; saremo in grado di agire utilmente rendendolo spazio di riflessione e sperimentazione. È un’opportunità, che al di là delle banali retoriche, dobbiamo cogliere. È un nuovo modo di stare al modo insieme, nella tutela reciproca, per manifestare solidarietà gli uni con le altre usando quegli stessi spazi, temporaneamente, come dispositivi di salvaguardia. E così lo spazio pubblico ha scoperto un’ulteriore dimensione.

Il lockdown ha inevitabilmente segnato un prima e un dopo: l’urbanistica e l’architettura non potranno essere più le stesse, e così pure l’economia, le politiche sociali ed i servizi pubblici. Il nostro ground zero è chiaro, noi dobbiamo renderlo radicalmente proficuo: la Terra, l’ambiente, non hanno bisogno della nostra gestione; ci stanno chiaramente mostrando, esercitando proprio il nostro stesso diritto a manifestarsi nei (nostri?) spazi pubblici, che la vita va avanti resilientemente anche senza di noi.

Dunque il tema non è più: “non c’è un pianeta B”, bensì “non c’è un’umanità B”. Dobbiamo agire la cura politica dello spazio e dell’ambiente pensando a questo, ad una transizione ecologica solidale.

Proviamo a pensare di declinare questi concetti nella gestione del sistema insediativo con cui si ri-compone il nostro territorio d’Abruzzo: nelle città medie, nella rete e negli spazi pubblici dei borghi, nelle periferie, lungo la città lineare della costa, così come pure negli spazi urbani del paesaggio abitativo.

Quale reinterpretazione possibile siamo in grado di generare durante il vuoto (fertile) che abbiamo lasciato non frequentando strade, piazze, parchi, rue, mulattiere, sentieri, etc…? Cosa ne facciamo dei nuovi diritti che si vanno affermando nella città pubblica contemporanea? Come integriamo i diritti fondamentali, i diritti civili e sociali, i diritti ambientali e culturali nei nuovi modelli sociali e nei nuovi sistemi di sviluppo urbano? Al di fuori delle tautologie e delle auto-mitologie del vivere bene e meglio nei piccoli centri, nelle aree protette, nelle periferie urbanisticamente riqualificate. Quirino Crosta

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