TORNIAMO A PENSARE UN’URBANISTICA FATTA DI POLITICHE DI VICINATO E PROSSIMITÀ


L’AQUILA – Una recente nota di Confesercenti Centro Abruzzo richiama l’attenzione delle amministrazioni, delle istituzioni, dei cittadini e delle cittadine su un argomento piuttosto serio: le attività di vicinato. L’argomento può essere affrontato sotto differenti aspetti e con differenti approcci, specie settoriali e disciplinari.

In questa breve riflessione vorrei affrontarne uno in particolare, più vicino naturalmente alla sfera urbanistica. Anzitutto cominciamo col dire che le attività di vicinato occupano spazi urbani ben definiti e ben chiari: quelli del quartiere o del piccolo centro. Un primo e interessante tentativo di formalizzare in maniera strutturale la pianificazione di servizi e attività di vicinato fu con la politica delle Ina Casa.

Erano i primi anni del dopo guerra e il Paese aveva necessità di un rilancio economico, che trovò nelle teorie Keynesiane un ampio spazio di riflessione. Venne così varato dallo Stato un Piano di intervento per l’edilizia pubblica, realizzato con fondi gestiti dall’Istituto nazionale Assicurazioni.

Il piano fu meglio noto come Piano Fanfani. Ciò detto, numerosi furono gli architetti, gli ingegneri e gli urbanisti che si cimentarono nella progettazione dei nuovi insediamenti. Fra i nomi più celebri, vale la pena ricordare almeno i nomi più noti dell’architettura italiana del XX secolo: Marcello Vittorini, Giò Ponti, Carlo Aymonino, Franco Albini, Roberto Gabetti, Ettore Sottsass, Mario Ridolfi e molti altri. Fu una stagione assai prolifica per il pensiero intellettuale sotteso alla progettazione urbanistica, che Marcello Vittorini ha definito come “urbanistica militante”.

E il concetto di servizi e attività di vicinato, così come quello di servizi di prossimità, trova la sua ratio ed i migliori esempi proprio in questi interventi: nei piani di edilizia residenziale pubblica che venivano disegnati in quegli anni (e di cui oggi ancora possiamo apprezzare il valore architettonico ed urbano) erano precisamente ragionati, calcolati e previsti gli spazi comuni necessari allo svolgimento delle attività di relazione.

I piani erano modulati su certi standard (non esistevano ancora gli standard urbanistici così come sono previsti dal DL 1444/68), ossia sul concetto di autosufficienza di quartiere, quindi sui servizi e sugli spazi pubblici. Nel sistema quartiere composto dalle unità abitative, dai parcheggi, dalla viabilità residenziale e da spazi verdi comuni, ma non pubblici, erano previsti anche negozi di prima necessità.

E ovviamente era prevista la rete di spazi per poterne fruire e per poterci arrivare: marciapiedi, portici, parcheggi e slarghi, fermate bus, asilo, aree gioco, portierato, servizi tecnici, lavanderie, autorimessa e assistenza sociale.

Il concetto di Ina Casa, che risulta ancora oggi quello più compatibile con i concetti di prossimità e vicinato, ci offre anche un riferimento importante per cercare nuove soluzioni alla disgregazione contemporanea della sfera pubblica (Bianchetti, 2008). Potremmo ragionare in termini di urbanistica militante, condivisa e partecipata, includendo cioè le comunità ed i gruppi sociali.

L’appello lanciato dalla Confesercenti ci aiuta a comprendere meglio il grande valore che hanno le passate esperienze e le contemporanee presenze urbanistiche e sociali: è esattamente l’idea di una città pubblica e contemporanea che manca, tanto per i quartieri centrali che per quelli periferici e per le frazioni.

Inzitutto, come già ho avuto modo di scrivere, quel che manca è una diffusa e consapevole conoscenza di un fatto sostanziale: la città di cui ci dobbiamo occupare ora non è e non finisce nel centro storico, ma è un organismo urbano complesso e stratificato in un paesaggio rurale per lo più abbandonato e snobbato. E qui torna il tema dell’abbandono delle periferie e delle frazioni non a caso: ci manca la cultura sociale dell’equità.

E allora, sono più utili le varianti urbanistiche per nuovi centri commerciali e nuovi capannoni nelle aree commerciali, artigianali e industriali, oppure nuovi progetti urbanistici e piani di servizi per interventi di riqualificazione urbana?

Abbiamo bisogno di rimettere al centro delle politiche urbane e territoriali l’urbanistica, la sociologia, la partecipazione. Abbiamo bisogno di uno scossone culturale per attivare un processo di rigenerazione culturale.

Poi potremo pensare anche a nuovi standard e dotazioni, nuovi strumenti utili anche a creare le condizioni base per un nuovo modello sociale, e cioè una nuova comunità di vicinato. Tutto ciò è mancato, ma ne stiamo riscoprendo il valore durante la pandemia: nelle periferie, nelle frazioni e nei progetti C.a.s.e. Quirino Crosta

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