DAL MAROCCO A L’AQUILA: LA STORIA DI HICHAM, CUOCO PER LA MENSA DEI POVERI DI CELESTINO


L’AQUILA – Era solo un ragazzino quando ha lasciato la sua famiglia e il suo paese, il Marocco, per emigrare altrove alla ricerca di una vita alternativa, con la voglia di allargare i suoi orizzonti, conoscere e girare l’Europa, crescere e fare nuove esperienze lavorative.

Hicham Chaoui, 40 anni tra qualche giorno, vive a L’Aquila da quasi venti, “metà della mia vita” come dice ridendo mentre gioca sul fatto di essere per metà marocchino e per metà italiano.

Hicham stava bene con la sua famiglia a Taza, una cittadina berbera nel nord del paese, a circa cento chilometri da Fes, definita la città santa della regione omonima e considerata la capitale culturale di uno dei centri più attraenti di tutto il mondo islamico.

Da quando aveva 13 anni, Hicham trascorreva le giornate dietro il bancone del bar della sua famiglia, una “famiglia fortunata” rispetto a tante altre della comunità marocchina. Un luogo di ritrovo dove si servivano caffè arabo, bibite e succhi di frutta ma non bevande alcoliche, proibite dalla legge islamica per motivi religiosi.

Spesso il giovane lavorava anche nella cucina del bar, “perché devi apprendere un mestiere”, così come gli ripeteva sempre suo padre quando in famiglia si parlava dello zio emigrato in Italia, quel ragazzo che anni prima aveva trovato il coraggio di partire verso una destinazione sconosciuta in cerca di fortuna.

Hicham pensava sempre a suo zio e un bel giorno, appena ventenne, decide di seguire le sue orme.

“Sono arrivato qui e ho viaggiato con i mezzi e con i miei documenti – racconta a Virtù Quotidiane – . Non avrei mai avuto il coraggio di mettermi su un barcone come hanno fatto tanti miei concittadini. Il mare è pericoloso se lo sfidi con un mezzo di fortuna, quando parti non sai se arriverai mai dall’altra parte. E poi non puoi permetterti di rischiare di fronte al pianto di tua madre che ti vede andar via”. Parole crude che fanno riflettere sulle migrazioni, sulle infinite storie umane, tutte diverse, ognuna degna di rispetto.

Milano, Bergamo, Lecco, Como, Pavia, Piacenza, all’inizio non è stato facile trovare lavoro con tutte le difficoltà dovute alla lingua, alla crisi economica, anche alla diffidenza, quella di chi spesso è succube di pregiudizi e stereotipi nei confronti di persone di altre nazionalità e culture.

“Ci vuole tanta forza per andare avanti”, ammette Hicham, laddove “avanti” assume il suo significato più profondo, quello di muoversi, di non arrendersi di fronte alle difficoltà, di non tornare indietro, proprio come ha fatto lui.

Ormai sono passati quasi venti anni da quei momenti e oggi è un uomo felice, ha un lavoro stabile presso una ditta locale che gestisce il servizio mensa nelle scuole e tutto il resto della giornata lo trascorre alla Mensa di Celestino, l’unica a L’Aquila dove si servono pasti per i bisognosi, gestita dall’associazione Fraterna Tau Onlus.

I consigli di suo padre quando era bambino si sono rivelati provvidenziali per Hicham che è diventato il responsabile della mensa, dove cucina con il prezioso supporto di tanti volontari che ogni giorno, a pranzo e a cena, garantiscono un piatto caldo a chi ne ha bisogno per una media giornaliera di circa settanta coperti.

“Ho preparato in diverse occasioni anche il couscous”, un piatto tipico delle popolazioni nord africane e il “tajine, la ricetta marocchina di carne, patate e verdure, cotte nella tradizionale pentola di terracotta fatta a cono”. Hicham ammette divertito di preferire le ricette italiane, segno che a volte è la cucina a dare lezioni di integrazione e inclusione.

“Ho anche le chiavi della struttura, una grande responsabilità per me”, dice con una punta di  orgoglio e una luce negli occhi, così profonda da esprimere tutta la gratitudine e la riconoscenza nei confronti di chi ha creduto in lui donandogli un’opportunità. Si tratta di padre Quirino Salomone, “che per me è come un padre” dice con affetto, e Pietro Giorgi, presidente della Fraterna Tau: “Loro sono la mia seconda famiglia, quella italiana”.

Hicham torna a trovare la sua famiglia in Marocco almeno una volta l’anno, quando è in ferie. “Mi mancano e ci vuole molta pazienza prima di poterli rivedere”, dice.

Una storia a lieto fine  in una babele di difficoltà, razzismo e intolleranza, quando basterebbe allargare gli orizzonti e aprire il cuore per capire che i confini sono solo nella testa di chi non la apre.

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