CAMPOTOSTO: LA RESILIENZA DI FILOMENA E DELLA SUA FAMIGLIA, DA GENERAZIONI RISTORATORI SUL LAGO


CAMPOSTOSTO – Lungo la strada che cinge il lago di Campotosto (L’Aquila) ci si imbatte in una piccola casa in legno al fianco di un edificio più antico: è l’Osteria del Pescatore, storico ristorante che i fratelli Filomena, Nadia (in foto) e Pasquale Moretti, insieme alla madre Silvana Masci, portano avanti da generazioni.

Ad insediarsi in quella zona, insieme alla sua famiglia, fu Isaia Masci, il bisnonno di Filomena che, ci racconta, era il guardiano delle terre di Ferdinando Palitti. Successivamente i nonni di Filomena aprirono l’osteria: quando le strade non erano asfaltate, trovandosi a sei chilometri di distanza dal paese, era un punto di ristoro dove i viaggiatori si fermavano a mangiare e a bere qualcosa. L’attività è poi passata a Silvana, madre di Filomena, che oggi, insieme ai suoi figli, fa provare a tutti il gusto della cucina casereccia in un’atmosfera genuina e accogliente.

Entrati nella casetta in legno la prima cosa che colpisce è la vista mozzafiato sul lago, in questo periodo quasi completamente ghiacciato, che splende in una rigida e soleggiata giornata di febbraio. Una volta seduti al tavolo, Filomena arriva a presentare il menu. Piatto forte è senz’altro il coregone, un pesce tipico del lago che viene cucinato alla brace o alla marinara. Quest’ultima ricetta è una produzione esclusiva del ristorante per la quale, nel 2003, è stato registrato il marchio: il coregone viene arrostito, poi conservato in un preparato a base di aceto e condito con olio e peperoncino.

“Il coregone – spiega Filomena a Virtù Quotidiane – fu immesso nel lago intorno agli anni Settanta. Si tratta però di un pesce che difficilmente riesce a sopravvivere nei laghi perché predilige acque fredde e pulite, quindi lo si aiuta nella riproduzione, in una collaborazione tra pescatori, Comune, Corpo Forestale dello Stato ed Ente Parco”.

“Verso la fine dell’autunno e l’inizio dell’inverno, – prosegue – questo pesce depone le uova che vengono raccolte, si fa la spremitura e c’è un piccolo incubatoio in cui vengono fatte schiudere; i pesci vengono immessi nel lago a primavera. La mia famiglia segue tutta la filiera del coregone: mio fratello va a pescare, così come faceva mio padre, e mia madre prepara questo piatto da sempre”.

Un’altra peculiarità del ristorante è il fatto di cucinare prodotti dell’orto, situato appena sotto la casa e visibile dalla finestra. Si segue la stagionalità dei prodotti e si prepara, tra le altre cose, un’ottima “giardiniera” con verdure in agrodolce.

Anche gli antipasti sono prodotti del territorio, tra questi salsicce e lonza realizzate da loro e formaggi locali. Si passa poi agli abbondanti piatti di pasta fatta in casa, fettuccine o tonnarelli, paste ripiene e crespelle con il brodo, una ricetta del teramano. Per secondo, oltre al coregone, ci sono le carni alla brace e gli spezzatini di carne bianca o di selvaggina. Infine, non mancano i liquori preparati in casa, come quello al cioccolato o quello con le more, le amarene o l’uva fragola dell’orto.

Dopo la scossa del 18 gennaio 2017, la tipologia di clientela è stata stravolta. “Questo è un paese turistico – afferma Filomena – dove venivano sia persone del circondario che turisti; invece da quando c’è stato il terremoto, i clienti sono stati per lo più persone adibite al soccorso, soprattutto nel periodo invernale, in cui trovare un posto dove dormire è molto difficile. D’estate, essendo da sempre zona di camperisti, la situazione è diversa”.

La maggior parte dei turisti però non ha contezza della situazione: d’altronde quanto avvenuto Campotosto non ha avuto un grande clamore mediatico. Dei ragazzi di Roma, terminato il pranzo, chiedono a Filomena cosa ci sia da vedere in paese: lei gli spiega che il paese è praticamente distrutto ma li invita ad andare ugualmente per prendere un caffè al bar e vedere con i propri occhi la situazione. Chi ha vissuto un terremoto, sa quanto descrivere l’assurdità della propria realtà a chi non la conosce possa essere difficile.

“Tante famiglie – racconta ancora Filomena – si sono dovute spostare a L’Aquila e dintorni e, di fatto, siamo rimasti in pochi. Noi non abbiamo mai pensato di andarcene, non so se perché pazzi o per qualcos’altro. Ma dove potremmo spostare tutta l’attività?”.

E in futuro le cose potrebbero non migliorare. Vivere in montagna, si sa, è difficile: Filomena teme quindi che tutte quelle famiglie costrette a causa del terremoto a trasferirsi altrove, una volta abituate ad un altro stile di vita, possano rinunciare a tornare in paese.

I disagi legati alla montagna per Filomena sono invece connaturati nel territorio e non consiglierebbe neanche alle giovanissime nipoti di andare via. “Poi ci si può sempre spostare – dice – soprattutto per studiare, ma la qualità della vita qui è ottima”.

La voglia però di riprendersi un po’ di normalità, di stringersi ancora in quella che era la comunità del paese non manca. Sono poche le occasioni per ricreare una socialità: unico punto di incontro è una struttura costruita dall’Associazione Nazionale Alpini e inaugurata il 25 novembre del 2017, dove si organizzano pranzi e cene, come a Natale o a Pasqua. Ci sono poi eventi come la ciaspolata al tramonto organizzata, lo scorso 16 febbraio, dall’associazione Mountain Evolution, che ha visto la partecipazione di 110 persone, in seguito accolte nella piazza dai commercianti con cibo locale e musica. Un successo che denota non solo la voglia di vivere maggiormente la bellezza naturalistica di questo territorio ma anche la volontà di dimostrare vicinanza e sostegno al paese.

“Siamo fortunati – aggiunge Filomena – perché il paesaggio è talmente bello che, nonostante tutto, è frequentato”. Guarda poi il lago ghiacciato: le increspature della coltre bianca, i cerchi morbidi disegnati sulla superficie e le fratture nette si colorano con il calare del sole. “Oggi è davvero bellissimo – dice – ma ti posso assicurare che non c’è giorno in cui appare uguale al precedente”.

LE FOTO DI WALTER LAPENNA

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