LA GRANGIA DI SANTA MARIA DEL MONTE, ALLE ORIGINI DELLA TRADIZIONE PASTORALE DEL GRAN SASSO


SANTO STEFANO DI SESSANIO – La maestosità del comprensorio del Gran Sasso non sta solo nell’altezza delle cime, nella bellezza del territorio, sta anche nella sua storia, nell’impatto che lasciarono gli uomini che lo abitarono nei secoli passati.

Tracce così forti, così indelebili che oggi costituiscono – o potrebbero costituire – una ricchezza immensa, se solo decidessimo di metterci in ascolto degli echi millenari delle nostre montagne, e non solo di quelli legati al Novecento.

Ne è un chiaro esempio la grangia di Santa Maria del Monte di Paganica a Campo Imperatore (1.619 metri di quota).

Lasciata l’auto davanti al rifugio Racollo ci incamminiamo sull’evidente sentiero alla sua sinistra, oltre il boschetto, e in pochi minuti raggiungiamo una piccola sella, dove s’incontrano i primi segni del Cai.

Da qui si apre davanti a noi il suggestivo scenario di Prato del Bove, con il suo stazzo abbandonato, le decine di capi di bestiame, il sentiero che lo costeggia sulla sinistra.

E la meta del nostro cammino è già in vista: i ruderi dell’antico monastero cistercense posti tra il Monte Mesola e le Ripe che portano al Faiete. Li raggiungiamo in appena mezz’ora.

La grangia fu fondata dai monaci dell’ordine dei Cistercensi tra il 1222 e il 1303 e se ne hanno notizie certe della sua attività fino al 1568. Dipendeva dell’abbazia di Santo Spirito d’Ocre (L’Aquila) che controllava i possedimenti cistercensi nel territorio aquilano, la quale a sua volta sottostava all’abbazia di Santa Maria di Casanova a Villa Celiera (Pescara).

Il termine grangia viene dal latino granea o grangiarius, ossia da grano, granaio o farina di grano, e indicava una struttura che aveva il compito di occuparsi della sussistenza di un’abbazia monastica, dunque di ogni attività legata all’agricoltura e alla pastorizia.

Nel 1997 alcuni scavi condotti da Fabio Redi, professore di Archeologia cristiana e medioevale all’Università dell’Aquila, hanno portato alla luce gran parte del complesso.

Si tratta di una struttura di circa 2.000 metri quadrati. L’impianto originario, da studi recenti, parrebbe fosse diviso in due parti: una riservata ai monaci con una chiesa e un chiostro, l’altra dedicata alle attività produttive con un cortile, magazzini, stalle e ambienti per il lavoro.

La grangia era abitata tutto l’anno, anche se d’inverno, a causa delle condizioni proibitive, i monaci e i conservi erano costretti a scendere in località Le Condole, vicino Santo Stefano di Sessanio (L’Aquila), dove ancora oggi sono visibili piccoli insediamenti di pietra ben più modesti.

Preghiera e lavoro erano le parole d’ordine dei Cistercensi e la grangia incarnava perfettamente la loro idea di vita. Ma sbaglieremmo a immaginare un’attitudine eremitica, tutt’altro, i monaci usavano interagire con le comunità locali gestendo per loro l’economia dei prodotti agricoli e pastorali, e questo contribuì a garantire lunghi periodi di relativo benessere.

Santa Maria del Monte posta com’era in un punto strategico per il controllo del territorio, a ridosso delle praterie di Campo Imperatore, diventò una struttura cardine nel sistema della transumanza, svolgendo la funzione di centro di smistamento delle greggi che, attraverso il Tratturo Magno, si spostavano nelle pianure pugliesi durante i mesi invernali.