MEDICO AQUILANO A WASHINGTON, “NEL PAESE DELLE CONTRADDIZIONI, SOLIDARIETÀ E INCETTA DI FARINE CI RENDONO CITTADINI UNIVERSALI”


WASHINGTON – Sul trattamento sanitario del Covid 19 lo scambio di notizie e consigli utili con i medici aquilani è giornaliero, nonostante il fuso orario. Si tratta di colleghi di lavoro e di università, amici, con cui mantenere un legame costante e sentito con L’Aquila, la città natale di Italo Ibi, medico anestesista “dept of anesthesiology and critical care” presso la George Washington University Hospital di Washington, nella capitale degli Stati Uniti d’America dove vive da quasi vent’anni con la sua famiglia.

È impossibile pensare al Coronavirus come a un fenomeno isolato dal resto del mondo, circoscritto al concetto arcaico e superato di patria, le testimonianze di italiani e aquilani che vivono all’estero, come quella del professor Ibi, consentono di osservare il pianeta sotto un’unica lente e analizzare le differenze politiche e istituzionali nella gestione sanitaria, sociale ed economica della pandemia ma anche di tracciare similitudini negli approcci individuali all’emergenza che rendono umanamente tutti più vicini.

Sotto il profilo sanitario, l’emergenza Covid 19 sta mettendo in evidenza tutti i limiti del sistema statunitense, “l’eccellente sistema sanitario italiano garantisce l’accesso alle cure a tutti i cittadini, al contrario di quello americano che è altrettanto valido sotto il profilo professionale ma per chi se lo può permettere economicamente” racconta il medico aquilano a Virtù Quotidiane.

“La cura iniziale non è negata a nessuno in emergenza Covid – spiega l’anestesista – ma ad ogni prestazione equivale un corrispettivo economico molto elevato, per reggenze di un giorno si parla di migliaia di dollari, sia per chi ha l’assicurazione sanitaria che copre in parte, sia per chi non ce l’ha”. Il concetto è che anche chi non è in grado di pagare perché non ha i soldi viene curato ma incorre in un procedimento che prevede la rateizzazione o formule agevolate per i meno abbienti.

Al contempo le forme di solidarietà nei confronti delle fasce più deboli da parte dei privati, le soluzioni “alternative” dei ristoratori americani costretti a chiusura obbligata e le scelte dei cittadini nel fare la spesa, sono alcune delle analogie che ci fanno sentire parte comune di una grande popolazione mondiale, soggetta alle stesse “problematiche” quotidiane.

“La situazione qui a Washington fortunatamente non è come a New York oppure in Italia. Nell’ospedale presso il quale sono in servizio abbiamo una cinquantina di casi di cui venti intubati in rianimazione. Forse per questo – rileva – nello stato di Washington le restrizioni non sono severe come in Italia anche se l’isolamento sociale è la regola”.

Nell’area metropolitana che conta oltre cinque milioni di abitanti, alcuni ristoranti, “tutti chiusi e senza sostegno governativo” dice il medico, hanno attivato la consegna delivery a domicilio oppure il servizio “take out” molto in voga tra i cittadini. In pratica si ordina il pasto e lo si va a ritirare personalmente.

I servizi essenziali, come le mense per il personale ospedaliero, sono rimasti attivi e servono, per evitare ogni forma di contagio, piatti freddi e cibi confezionati.

“La cosa bella da vedere, in un paese dalle mille contraddizioni, è stata la solidarietà delle tante compagnie di ristorazione che con i food truck hanno donato, per le strade e fuori dagli ospedali, pasti completi alle persone più bisognose e al personale sanitario in servizio. Anche se – considera – la situazione rischia di diventare drammatica con i posti di lavoro andati perduti e le famiglie socialmente fragili che si rivolgono alle organizzazioni di volontariato locale”.

Una curiosità, anche in America, o quantomeno nella metropoli di Washington, farine e lievito vanno a ruba, “in zone ad alta densità di popolazione internazionale, come la zona dove vivo io insieme a tanti italiani, nei supermercati, dove si entra scaglionati e con le mascherine, negli scaffali scarseggiano le farine”.

Isolarsi in una grande metropoli non è certo facile ma il “total control” delle forze dell’ordine come quello applicato in Italia non c’è, stando al racconto del professor Ibi, così come non ci sono gli “odiatori” dei runners, un’attività che sulla costa orientale degli Stati Uniti è quotidiana e salutare, anche in tempi di pandemia.

“Ho profonda stima dei miei colleghi italiani e aquilani, riporto quotidianamente i loro consigli nel mio dipartimento sanitario” dice con orgoglio Italo che non vede l’ora di ritornare a L’Aquila, anche solo per una vacanza, città dove è cresciuto, ha studiato e dove vivono i suoi migliori amici, i suoi genitori, le sorelle e le amate nipoti.

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