FEMMINISMO E INTEGRAZIONE, CORRADI: “LA PAROLA ZINGARA NON È UN INSULTO MA ESPRESSIONE DI LOTTA”

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L’AQUILA – “In Italia la parola zingara è ancora usata come un insulto. Occorre recuperare termini come zingara, rom, gitana, sinti e risignificarli come espressioni di lotta. Non è solo una questione identitaria ma un modo per combattere l’atteggiamento fobico verso le popolazioni nomadi, la rom-fobia, l’anti-zingarismo, il razzismo, il sessimo”.

Così Laura Corradi, autrice del libro Il femminismo delle zingare, nel corso della presentazione nello spazio autogestito di Casematte, presso l’ex ospedale psichiatrico di Collemaggio, all’Aquila, organizzata dal collettivo Fuori Genere.

Ricercatrice, in Italia e all’estero, in particolare in India, docente presso l’Università della Calabria, traveller, attivista, impegnata in diversi movimenti femministi, queer e deep ecology, contro la guerra e il razzismo, per la salute e i diritti sociali, la Corradi si occupa di Sociologia della salute e dell’ambiente, di studi di genere e metodo intersezionale.

Nel suo saggio affronta un fenomeno sociale scarsamente conosciuto in Europa come il femminismo delle donne rom, gitane e traveller, focalizzandosi sulle soggettività che producono saperi e lotte contro il sessismo, il classismo, la rom-fobia, le espressioni di anti-zingarismo tutt’oggi radicate nel tessuto sociale.

“Tutto è nato da un lavoro con e sulle donne rom realizzato qualche anno fa per l’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, pubblicato e disponibile in rete – ha raccontato a Virtù Quotidiane – . Un primo approccio alla discriminazione multipla che le donne rom vivono, discriminazioni di razza, classe, genere, cultura e orientamento sessuale”.

“Il libro nasce dalla voglia di mettere in comunicazione femminismi diversi, come il femminismo delle donne rom dell’Europa dell’Est, quello delle donne traveller di Regno Unito e Irlanda e delle gitanas della penisola Iberica ma anche tutte le attiviste di genere delle tantissime realtà di cui si parla poco”.

La ricercatrice esprime poi una considerazione in riferimento alle “femministe bianche che – dice – continuano a guardare la realtà con i loro occhiali e non vedono questi fenomeni che stanno nascendo e che hanno una grande importanza, politica e culturale. Il femminismo italiano è diviso su tutto, dalla surrogata alla prostituzione, mentre le femministe zingare, come quelle native, indigene e aborigene, mostrano come sia importante trovare dei minimi comuni denominatori e lavorare su quelli. È necessario lasciare un po’ da parte le cose su cui non si va d’accordo. Abbiamo così tanto da fare insieme che è davvero sbagliato indulgere nei conflitti tra noi”.

“Lo scopo del libro è mettere in comunicazione – spiega – . La speranza è che ci sia un’attenzione specifica ai bisogni e alle identità delle donne rom, delle donne non bianche. Avviare una riflessione intersezionale mi renderebbe già molto felice”.

Sul concetto di “risignificare” la ricercatrice ricorda la scritta ticanga imputita, tradotto “zingara puzzolente”, che comparve sulle magliette indossate provocatoriamente da un gruppo di donne rom come protesta per la definizione dell’allora presidente della Romania che aveva insultato una giornalista rom.

“La riappropriazione di un insulto, di un termine, è quella che Umberto Eco chiamava ‘guerriglia semiotica’. In questo caso – ricorda – lo stereotipo della zingara sporca è stato un modo per manifestare la giusta rabbia delle donne che hanno costretto il presidente a porgere scuse ufficiali”.

Un libro che denuncia e affronta la doppia battaglia delle donne rom che, oltre alla violenza maschile, devono fronteggiare la violenza di Stato, delle forze dell’ordine, gli attacchi di razzismo e rom-fobia, gli sgomberi forzati, forme di razzismo istituzionale radicate.

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