LA RIVINCITA DELLA LANA DEL GRAN SASSO: DA RIFIUTO A RISORSA NELLA BOTTEGA DI VALERIA GALLESE


SANTO STEFANO DI SESSANIO – Amore per il territorio, una filiera etica ed una tradizione centenaria che non si arresta. Sono queste le carte vincenti che hanno portato AquiLANA, l’attività di Valeria Gallese, 38enne imprenditrice avezzanese, a diventare un esempio virtuoso nella vendita della lana proveniente dai pascoli del Gran Sasso.

A Santo Stefano di Sessanio, paesino dell’aquilano annoverato tra i “Borghi più belli d’Italia”, Gallese ha aperto nel 2016 la sua bottega, dove accoglie turisti, curiosi ed affezionati, crea matasse con l’arcolaio, antico strumento della tradizione appenninica, e lavora la lana.

Entrando in bottega si è subito immersi in un altro tempo: tra le sfumature delle lane, colpisce un vecchio telaio che occupa buona parte della stanza, l’arcolaio e le pentole in cui tinge la lana. Non si tratta però, come in molti casi, di un’antichità costruita a tavolino per incantare i turisti ma di un vero laboratorio in cui si reinventa la trasformazione della lana, partendo dalle conoscenze della tradizione e valorizzandole con studio, inventiva e nuovi canali di comunicazione.

Sì, perché quella lana che vediamo esposta sugli scaffali, tra i filati gialli, verdi o rossi e i prodotti finiti come cappelli, sciarpe, vestiario o coperte, è il risultato di un processo che parte non molto distante, sulle montagne del Gran Sasso. È lì che Valeria Gallese, una volta terminati i suoi studi in produzioni zootecniche ed allevamento ovino presso l’Università di Teramo, decide nel 2012 di investire le proprie energie.

Porta tra i pascoli le sue conoscenze, ad esempio come ottenere direttamente sulle greggi, attraverso la gestione genetica, un miglioramento della lana e sperimenta a sua volta nuove competenze, come selezionare i velli da mandare a trasformazione.

La filiera della lana inizia, infatti, con la tosatura che avviene nel nostro territorio tra aprile e maggio. L’imprenditrice si occupa personalmente di fare una cernita e solo i velli migliori vengono mandati nel biellese, nel consorzio Biella The Wool Company, in cui la lana viene lavata, pettinata, filata, ritorta e messa in rocca.

Da qui la lana torna nella filiera aquilana: Gallese trasforma le rocche in matasse che tinge con piante, radici, fiori, foglie e cortecce che raccoglie tra le sue montagne. Dai fiori di ginestra ricava il giallo, dalle radici di robbia i colori rosso e salmone, dal guado il blu, dalle galle di quercia il marrone e poi l’immancabile Montepulciano d’Abruzzo, da cui si realizza un color tortora, grazie alla presenza di antociani, antiossidanti naturali.

Quelle delle piante tintorie è stata un’altra abilità che Gallese ha acquisito, quasi per caso, durante il suo percorso: un corso organizzato dall’Ente Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga proprio nel momento giusto, una scelta che lei stessa definisce “dettata dal territorio”.

“Ho iniziato – racconta Gallese a Virtù Quotidiane – a trasformare la lana in filato nel 2012. Dei primi 50 chili di lana ottenuti dalla filatura di 150 chili di lana sporca, non riuscivo a vendere neanche un etto”.

Poi l’intuizione. “Ho aperto un piccolo blog in cui raccontavo la mia storia e nel giro di tre mesi ho venduto tutto online. Da quando poi ho aperto la pagina Facebook ho potuto raddoppiare le vendite ogni anno. Nel 2018 ho venduto 700 chili ed il 2019 mi vedrà impegnata nella vendita di 1200 chili di lana filata”.

Se in un primo momento Gallese si avvaleva delle pecore dell’azienda di famiglia, ben presto ha abbracciato la filosofia e gli obiettivi di “Pecunia”, un ambizioso progetto dell’Ente Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga che da diversi anni punta a incrementare il valore economico della lana. I pastori del Gran Sasso hanno infatti negli anni visto la propria lana svalutarsi: se nell’antichità rappresentava un materiale di pregio, oggi è considerato alla stregua di un rifiuto.

Nel caso in cui, dopo la dovuta tosatura, non si riesca a vendere la lana, si deve provvedere allo smaltimento, un costo ulteriore che i pastori devono sostenere. Per questo motivo, per anni la lana è stata ritirata ad una somma inferiore rispetto al potenziale valore del prodotto.

Il progetto ha, di fatto, invertito questa tendenza. Attraverso uno specifico corso di formazione alcuni operatori hanno potuto apprendere le tecniche per effettuare la suddivisione della lana sucida, cioè “sporca”, appena tosata proveniente da diverse razze, secondo gli standard qualitativi richiesti dall’industria. La lana ha così raggiunto un prezzo superiore alla media del mercato nazionale.

“La dimostrazione di AquiLANA – afferma Gallese – è stata che la lana del Gran Sasso si può utilizzare ed è una lana bella e se io nel mio piccolo riesco a fare quadrare i conti, garantendo un prezzo equo ai pastori, immaginiamo quanto potrebbero fare gli industriali”.

Da un pagamento equo della lana, si ricava logicamente un minor margine di guadagno ma, se oltre alla materia prima di qualità, si unisce la tintura naturale e la lavorazione a mano fatta a maglia o all’uncinetto, il prodotto acquista un valore aggiunto.

Oltre alle lavorazioni di Gallese, a volte arrivano nella bottega maglie o scialli realizzati da “L’officina del pensiero creativo”, una rete di donne che si ritrova periodicamente in una libreria di Chieti per fare comunità e tramandare la lavorazione tessile in chiave moderna. Così la creazione di un oggetto, subentra e scavalca la “produzione” nel senso più stretto del termine.

Nell’era della fast fashion e del consumismo illogico, acquistare in maniera consapevole non è solo un capriccio da radical chic, è qualcosa che tutti possiamo fare: ridurre i nostri acquisti, preferendo alla quantità, prodotti di qualità. Tornando a quel cappello sullo scaffale.

“Se il consumatore – spiega l’imprenditrice – preferisce un cappello che costa 36 euro rispetto a quello di poliestere che ne costa 15, acquistando un prodotto di qualità sta sostenendo una filiera che garantisce la resistenza e l’esistenza della vita in questi borghi montani”.

“Evitare lo spopolamento dei borghi montani – conclude Gallese – non deve essere solo una bella parola, ci devono essere dietro delle azioni concrete”.