MUSICA, LETTERATURA E GUSTO: CONCERTO DELL’ALBATRO SUGGERISCE STOCCAFISSO E ICE WINE CANADESE


di ERMENEGILDO BOTTIGLIONE*

L’AQUILA – Vale la pena rileggere questa breve e intensa descrizione dell’albatro di Herman Melville: “Ricordo il primo albatro che vidi. Fu durante una burrasca prolungata, in acque prossime ai mari antartici. Dopo la guardia mattutina sottocoperta, risalii sul ponte obnubilato e lì, riverso sui boccaporti di maestra, scorsi un essere pennuto, regale, di un bianco immacolato, dal sublime becco adunco romano. A tratti arcuava innanzi a sé le vaste ali d’arcangelo, ad abbracciare quasi un’arca santa. Fremiti e sussulti portentosi lo scotevano. Nei suoi strani occhi indescrivibili mi parve di cogliere segreti che angosciavano Dio. Come Abramo al cospetto degli angeli m’inchinai: così bianco era quell’essere bianco, così ampie le ali, mentre io in quelle acque di perenne esilio avevo perso i miseri ricordi distorti di tradizioni e città”

Herman Melville, MobyDick o la balena, Cap. 42 – Il bianco della balena, trad. O. Fatica (ed. Einaudi, 2015).

Un romanzo del 1851, una composizione musicale del 1945, in mezzo Coleridge, Baudelaire, Quasimodo e in fine una comunità di ascolto nell’ottobre del 2018.

Ieri abbiamo assistito a quel prodigioso rimando culturale da tempo in tempo, da testo in testo che lega uomini, parole, nuove visioni del mondo con immagini che sono irrinunciabili, potenti, evocative, gigantesche… oggi, come ieri.

Questo il caso dell’albatro di Melville musicato da Giorgio Maria Ghedini nel 1945, con i tempi: largo di grande tensione, andante un poco mosso, un andante sostenuto e infine allegro vivace.

Isoliamo, per un attimo, un momento dell’esecuzione: silenzio, pizzicato di archi, pausa, entra il pianoforte, segue il richiamo di tutta l’orchestra, equilibrio fra soli e l’orchestra: questo uccello è come un angelo annunciatore, legame fra infinito e materia che prepara un esito non ancora conoscibile, ma cercato e per questo, pieno di tensione.

Legame denso, palpabile e insieme sostenibile con difficoltà. Il colore dominante è il bianco, non solo delle ali che muovono la scena, della gamba di avorio di Achab, ma anche il mare che assurge a impianto scenico totalizzante, una musica che prepara l’attesa – dal di dentro – per ciò che accadrà.

Desiderio e rabbia di affermare se stessi, senso del limite, portato all’esasperazione.

Sicuramente una composizione affascinante, che non lascia indifferenti. Colore, suono, sensazione tattile provocata dagli archi, desiderio e paura: un quadro fortemente sinestesico.

Piatto ideale da abbinare è uno stoccafisso dal gusto forte, massaggiato con spezie varie, poi in forno accompagnato con frutta secca, e ice wine canadese, per chiudere la complessità aromatica, sensoriale ed esistenziale.

*esploratore del gusto

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