NEL SECOLARE MULINO DI TEORA, “OGGI È UN HOBBY E SENZA ACQUA RISCHIAMO DI CHIUDERE”


BARETE – Gli occhi vissuti e profondi di Angelo diventano lucidi quando comincia a raccontare la storia del mulino di famiglia, appartenuto nell’800 ad una casata nobiliare dell’epoca, prima che sua nonna decidesse di acquistarlo. Era il 1935, infatti, quando la famiglia Cavalli firmava l’atto di compravendita del mulino ad acqua di Barete, sulla strada provinciale verso Montereale diretta a Teora, frazione tra i comuni di Pizzoli e Barete, in provincia dell’Aquila.

Un mulino in pietra, al lato destro della strada appena fuori l’abitato, sorto sulle sponde di un affluente del fiume Aterno. Anticamente il mulino era chiamato “Riolitto”, piccolo fiume in dialetto aquilano, un nome che viene attribuito al canale di adduzione delle acque grazie al quale le macine girano ancora oggi, anche se l’acqua scarseggia sempre di più.

“Il mulino è passato da mia nonna a mio padre, a mio zio e poi a me – racconta a Virtù Quotidiane, con la voce interrotta dall’emozione, Angelo Cavalli, 84 anni, un nonno vivace e carico di empatia”.

“Si macinava con la ‘tessera’ perché nel periodo del governo Mussolini – ricorda – il grano che i contadini portavano al mulino era controllato dalla Finanza per la quantità limitata destinata ad ogni famiglia, il resto veniva consegnato all’ammasso, ai proprietari terrieri. C’era la fame e spesso si macinava anche di notte per ricavare qualche briciola in più. Poi, finita la guerra, la situazione andò migliorando e le leggi sulle quote furono abolite”.

“Qui erano tutti agricoltori e pastori, ognuno macinava quel che riusciva a produrre, circa ottanta quintali di cereali per famiglia, tra orzo, grano per fare il pane, foraggio per gli animali. Il pane era introvabile nelle botteghe – ricorda Angelo, chiamato ‘ju monenaru’, ovvero il mugnaio – bisognava farlo in casa, chi non ci riusciva pativa la fame”.

Ogni oggetto all’interno del mulino racconta un pezzo di storia, di civiltà contadina fatta di lavoro, sacrificio, fatica e gioie semplici. Un luogo che dopo 300 anni arde ancora di vita, profumi, rumori, voci di chi passa anche solo per un saluto.

Negli angoli, sul pavimento di ciottoli levigati dal tempo, ci sono i sacchi di farina, grano da macinare e crusca per gli animali. E naturalmente le due macine di pietra, una accanto all’altra, imponenti, che girano con la forza dell’acqua in discesa nel torrente attraverso due conduttori di pietra. Un borbottio costante che ferma il tempo. Tra le due, fissata ad una colonna, una “gru” di ferro battuto e legno per sollevare le pietre circolari quando è tempo di fare manutenzione.

Il grano, prima di essere macinato, passa nello “svecciatoio”, un vecchio macchinario, di quelli meccanici di quasi un secolo fa, che serve a pulire i chicchi.

Il processo di molitura si conclude con il setaccio della farina, più serrato per la bianca, più largo per quella integrale, “che oggi va di moda” ironizza Angelo con un sorriso che sembra mescolare i ricordi all’odore delicato della farina, “le persone hanno capito – aggiunge – che questa è la ‘roba’ buona, macinata a pietra anche la farina bianca mantiene il suo contenuto integrale”.

Eppure dopo Angelo il mulino rischia di chiudere. Fare il mugnaio non è più un mestiere ma una passione.

Non solo per la difficoltà dei giovani di avvicinarsi ad un lavoro impegnativo e poco remunerativo. Anche l’acqua è un problema. La portata dell’Aterno è sempre più esigua e quando l’acqua non scorre è necessario l’ausilio dell’energia elettrica.

“Andiamo avanti per passione ma dall’attività del mulino non ci esce nemmeno uno stipendio. Mio figlio lavora al cementificio di Cagnano, così come scelsi di fare io all’epoca. Il resto del tempo lo passiamo a fare i mugnai – dice – una passione tramandata da generazioni e non più una fonte di guadagno. Qualche contadino al quale maciniamo il grano ci ripaga in natura, con la farina. Se qualcuno ci viene incontro per risolvere il problema dell’acqua andiamo avanti, altrimenti chiudiamo”.

La cementificazione della zona ed i lavori per la realizzazione della superstrada L’Aquila-Amatrice hanno messo a dura prova l’alveo fluviale che per il mulino è di vitale importanza. Le istituzioni dovrebbero intervenire ma “senza più nemmeno la Forestale la famiglia Cavalli da sola non può farsi carico dei lavori di adeguamento della deviazione del fiume Aterno”.

Seduti accanto al camino, quelli a terra di una volta, unica fonte di riscaldamento in inverno, Angelo ci racconta i momenti più belli della vita in mulino, come la battitura delle macine di pietra “che ogni tanto vanno ribattute, ‘arrotate’ perché affinate nel tempo a forza di macinare, un’arte – la definisce con gioia nonno Angelo – si utilizzano martelli e strumenti particolari. Giornate di festa ma anche di sacrificio come quando, in pieno inverno, andammo sott’acqua, era gelata, per riparare la pala di legno del mulino danneggiata”.

“Vorrei che questo mulino continuasse a vivere”, questo il desiderio più grande di Angelo e anche il nostro.